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Calpers, ovvero come (non) si gestisce un fondo pensione

Com’è noto, siamo portati a posizionare in «cassetti mentali» i diversi obiettivi economici e i diversi strumenti finanziari a loro finalizzati. La tendenza è alla base della costituzione dei portafogli ottimali; il modello fu varato nel 1954 da Abraham Maslow e in questi 60 anni è stato più volte adattato alle circostanze. Che offrono continuamente spunti curiosi: la crisi del debito internazionale e italiano ad esempio ha fatto scoprire che anche titoli di Stato e strumenti previdenziali possono subire perdite. Mi ha stupito lo stupore per questo esito da parte di individui dalla cultura alta, consapevoli della materia previdenziale e aggiornati sulla loro evoluzione, che mi hanno messo a parte del loro sconcerto. La correlazione tra BTp e le loro gestioni previdenziali, era sfuggito ai loro radar: per loro i due cassetti mentali non erano comunicanti.

La circostanza mi è tornata alla mente ascoltando Ted Eliopoulos, cio di Calpers, fondo pensione dei dipendenti pubblici della California (300 miliardi $), sciorinare i dati sull’ultimo anno: un bilancio subottimale, visto che l’obiettivo di un rendimento del 2,5% non è stato raggiunto, seppur di poco (2,4% quello finale); complice in particolare gli asset correlati all’inflazione, scesi dell’11,5%. A poco è valso il rally del real estate, che pesa per il 10% del patrimonio del fondo e ha reso il 13,5%, grazie alla vendita di immobili per 3 miliardi $; e quello degli asset reali, +12,4%. Calpers è un caso di scuola per i fondi pensione: e spesso più per gli errori commessi, che per le best practices. L’ultimo allarme riguarda i costi di gestione del private equity negli ultimi 25 anni: che Calpers non sa quantificare e che secondo alcuni esperti potrebbero essere «astronomici».

Il sospetto che dietro l’opacità delle fee si nascondano soft commission o, detto in altro modo, tangenti è alto. Anche la corsa alle mode finanziarie – dalle foreste (-0,3%), all’high yield – ha avuto la meglio sulla correlazione degli asset. Che restano cassetti poco comunicanti e non per caso. Non è la prima volta che i vertici degli istituzionali mostrano condizionamenti mentali analoghi a quelli del risparmiatore retail: solo che in quest’ultimo caso sono bias cognitivi di cui si è vittima. Mentre nel caso degli istituzionali sono funzionali e voluti. Tanto da spingere alle corde colossi come Calpers.