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Perché quando si parla di denaro tendiamo a essere miopi

Non è difficile rispondere a una domanda in modo corretto, se si conosce la risposta. Il difficile è trasformare questa conoscenza in competenza e questa in abilità. Chi ha già letto questo blog o la rubrica Soldi in testa su Plus24, conosce bene questo trinomio made in Ocse che identifica — in parole povere — la capacità di tradurre in pratica quello che si sa. Prendete la gestione dei risparmi: chi ha effettuato studi di economia e finanza non sempre guadagna ottimizzando il rapporto rischio/rendimento. Per ottenere questi risultati si può conoscere anche poche cose, ma ciò può bastare a far fruttare al meglio il proprio denaro (basti pensare all’analisi tecnica). Il tema della coerenza o consequenzialità nelle decisioni di natura finanziaria è al centro degli studi degli analisti di settore, oltre che di quelli degli studiosi di finanza comportamentale. È un problema molto grave che riguarda gli individuals, i piccoli risparmiatori, che spesso prendono decisioni solo su stimolo delle strutture commerciali e con un’efficacia correlata più spesso al budget della rete, piuttosto che ai propri interessi. La difficoltà di comprendere il quadro e gli strumenti finanziari fa il resto.

Diventa complicato quindi tradurre in pianificazione finanziaria un’esigenza: dalla prudenza (investendo in azioni di utility o titoli di Stato? E quali?) al desiderio di una pensione serena (con traumenti illiquidi come il mattone?). Non è un caso, quindi, che gli investitori italiani abbiano così risposto al Schroders Global Investment Trends Survey 2015 per le prospettive di breve-medio termine: il 91% punta per il prossimo anno a rendimenti positivi, mediamente del 12% l’anno (grazie anche ai risultati pregressi: del 10%, per l’88% degli intervistati). Ma la strategia per raggiungere questo obiettivo è a dir poco incoerente, visto il loro portafoglio: 21% azioni, il 45% liquidità e circa un terzo (35%) ad asset a medio rischio, come le obbligazioni.

Il tema però riguarda anche gli istituzionali: chi gestisce fondi, assocurazioni e fondazioni, ha risposto all’analogo sondaggio Global RiskMonitor di AllianzGI nel modo seguente: due terzi di loro (su un totale di 735 ) considerano gli eventi tail risk sempre più preoccupanti, anche sulla scorta di quanto accaduto negli ultimi anni. Ma anche chi si occupa di gestire il denaro per gli altri, tuttavia, sembra fallare di coerenza e consequenzialità: solo il 27% infatti ha deciso di adottare strategie di copertura per questa tipologia di rischio, mentre solamente il 36% — circa un terzo — ritiene di aver già accesso a strumenti adeguati per (in caso) gestire tali eventi. Calcolare per esempio la probabilità di default della Grecia — sulla base di una serie di parametri — è con una certa approssimazione un compito abbordabile. Pochi all’evento sono però protetti a dovere. Chissà cosa farà quel 43% degli interpellati di Schroders che si dice pronto a cambiare il portafoglio dopo che eventi geopolitici si siano conclamati. E’ così difficile essere previdenti? Eppure, prima di uscire di casa, quasi tutti si informano su che tempo farà, per sapere se è il caso di prendere l’ombrello.