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Se Atene rischia il bank-run, in Italia scatta il pension run

Negli ultimi giorni l’attenzione dei media si è concentrata sulla Grecia, e sul rischio bank-run, ossia la corsa dei risparmiatori a ritirare il denaro dai propri conti. Un rischio che ha spinto le autorità greche a chiudere le banche. È il caso di occuparsi di un evento per molti aspetti analogo: il rischio di un pension run, ossia della possibilità che per fare fronte alle esigenze del presente si decida di non versare contributi per il domani. L’evasione contributiva, ha detto giorni fa il presidente dell’Inps Tito Boeri, è al suo picco storico (nei prossimi giorni sono attesi i dati dell’istituto relativi al 2014).

Sul fronte della previdenza complementare i dati non sono incoraggianti: 125 mila iscritti hanno smontato nel 2014 parte della propria posizione, per un ammontare di 1,4 miliardi di euro (più di un decimo dei 12,8 miliardi di flusso del 2014). Il fenomeno è in accelerazione, anche perché proprio quest’anno scadono gli otto anni di permanenza in un fondo necessari per poter accedere alle anticipazioni. E secondo una prima ricognizione i centralini dei fondi pensione registrano in queste settimane un deciso aumento di richieste di informazioni. Considerato che dalla metà del prossimo decennio scompariranno le pensioni minime, è facile prevedere che in questi due lustri aumenterà il numero delle persone indigenti, per poi esplodere alla fine degli anni ‘20. Si può fare qualcosa? Lo hanno chiesto al presidente della Covip, Francesco Massicci, i membri delle Commissioni Finanze e Attività Produttive della Camera sul ddl concorrenza. Che secondo Massicci va proprio nella direzione opposta: la crescita delle adesioni può avvenire o per via normativa o in forma negoziale.

Il ddl concorrenza allarga invece la portabilità delle posizioni estendendole al contributo datoriale equiparando così il sistema di secondo pilastro al terzo. Un’iniziativa che per Massicci non sembra poter avere impatti positivi sul rilancio delle adesioni e che può favorire solo uno spostamento di quote di iscritti da una forma (i negoziali, ndr) all’altra (i Pip). Forse è solo un caso che il maggior emittente di Pip siano le Poste italiane, controllata da Cassa Depositi e Prestiti. Di fatto pare proprio che queste condizioni rendano impossibile un’ampia diffusione di un secondo pilastro e confinino i fondi pensione a strumenti per persone agiate e dalle competenze elevate.