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Quella concorrenza che non fa rima con previdenza

È buona abitudine non fermarsi alle apparenze ma interrogarsi sull’origine e sulle conseguenze delle decisioni, soprattutto in materia economica. Si prenda ad esempio le misure inserite dal Ddl Concorrenza, che tocca molti aspetti della vita economica dei cittadini (ecco il testo del disegno di legge). Un provvedimento dal nome “concorrenza” evoca pulizia e selezione di mercato e una maggiore scelta tra i consumatori. Si prenda il capitolo relativo ai fondi pensione, che merita più di una lettura: la portabilità della posizione previdenziale è in apparenza la cosa più vicina alla libertà di cogliere le migliori offerte sul mercato. Peccato che così si mettano in concorrenza strumenti profit, come i fondi aperti e i Pip, e quelli negoziali che sono invece senza scopo di lucro (no profit). La conseguenza? Le reti commercialmente motivate possono facilmente portare via clienti a chi reti commerciali non ha, come i negoziali. Il peccato originale è però la riforma Maroni, quando forme individuali e collettive – secondo e terzo pilastro – vennero equiparate, visti gli interessi dell’allora premier in una rete di consulenza finanziaria.
E che dire della normativa introdotta anni fa dalla Covip, commissione di vigilanza sui fondi pensione, introdotta anni fa per bilanciare l’equiparazione tra forme individuali e forme collettive della normativa? Eravamo nel pieno di vredit crunche e il rischio era che gli intermediari finanziari stipulasssero accordi commerciali con le imprese (bisognose di liquidità) e si facessero girare in cambio i proprio dipendenti come aderenti ai propri strumenti, facendo premio sui meno costosi fondi di categoria. La soluzione individuata dalla Covip era un po’ arzigogolata: l’intermediario – agente assicurativo, bancario o promotore finanziario – era obbligato a comunicare al potenziale sottoscrittore la maggiore convenienza del suo fondo di categoria, prima si sottoporgli il proprio prodotto. Difficile pensare che in questo caso i lavoratori avessero preferito il fondo di categoria a quello proposto dall’intermediario, vista la disparità tra una rete commerciale e i legami seindagali all’interno di un’azienda o di una categoria.
Ma un potenziale lato positivo il Ddl ce l’ha: la portabilità limitata tra forme negoziali consentirebbe al lavoratore di scegliere una posizione previdenziale di secondo pilastro a prescindere dalla categoria di appartenenza: il che spingerebbe verso una selezione che premierebbe le strutture più efficienti, a scapito dei negoziali meno dinamici. Facendo così giustizia del mancato consolidamento tra le strutture negoziali che fanno capo agli stessi settori e che, con motivazioni difficilmente accettabili, resistono al processo di fusione (tranne poche eccezioni: Fondo Volo, Perseo e Sirio).