Indica un intervallo di date:
  • Dal Al

Quanto costa il rimpianto nelle scelte di portafoglio

Il tema del rimpianto delle proprie scelte di investimento è centrale nelle analisi degli studiosi di finanza comportamentale e riguarda piccoli risparmiatori e investitori istituzionali. Fino allo scoppiare della crisi a "Plus24" arrivavano ogni settimana numerose mail in cui si chiedeva un parere sulla possibilità di recupero di un titolo su cui il lettore aveva investito: assistere impotenti e inattivi al calo, senza il coraggio di vendere in perdita è una costante delle fasi di ribasso. E agli incontri pubblici non mancava mai la signora Luigia che chiedeva conforto alla sua idea che il titolo su cui aveva puntato sarebbe ripartito presto, recuperando il terreno perduto.
Il consolidarsi della crisi ha insegnato che è inutile e frustrante avvilirsi: meglio applicare uno stop loss, un limite alla perdita, e preservare la propria emotività per altri contesti. Anche i soggetti istituzionali si trovano di fronte a questi dubbi. Si prenda il caso dei fondi pensione e degli Enti previdenziali: i primi (ad adesione volontaria) sono obbligati dalla normativa a indicare i valori mark-to-market degli asset in cui investono; i secondi invece no e in ragione di criteri contabili più laschi (pur essendo strumenti obbligatori di primo pilastro) scelgono se contabilizzare o no le loro perdite. La prima scelta è stata seguita da buona parte delle Casse professionali: Enpam tra gli altri, alle prese con i molti nodi degli strumenti strutturati in cui questi soggetti hanno investito nel passato. Enasarco invece ha preferito rilanciare sottoscrivendo un BTp stripped come collaterale, a garanzia di asset il cui valore attuale è diverse decine di punti percentuali sotto la pari.
Una garanzia che scatta però nel 2039. La mossa ha ingessato l’asset allocation, con oltre la metà del patrimonio investito in strumenti illiquidi. Tanto da provocare periodiche difficoltà ad approvigionarsi di liquidità, in particolare tra gennaio e maggio: l’ente ha deciso più volte, l’ultima l’8 dicembre scorso, di farsi restituire provvisoriamente da alcuni fondi di private equity il denaro a loro affidato, allo scopo di erogare le prestazioni pensionistiche. Che poi è la cosa più importante che un soggetto previdenziale è chiamato a fare. Il tutto per non dover contabilizzare come perdite gli strutturati in portafoglio (valore nominale ben oltre il miliardo). E non fare i conti con il rimpianto.
marco.loconte@ilsole24ore.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA