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Come cambieranno le pensioni nell’éra Monti

Fa un po’ impressione leggere le analisi dei principali fondi pensione europei sul rischio default dell’Italia. Ipotesi improbabile secondo Danica Pension, il fondo dei metalmeccanici danesi (40 miliardi di euro di portafoglio): vale il 5% delle possibilità, secondo il board del fondo. Danica ha un’esposizione a bond governativi irlandesi, italiani e spagnoli pari al 2,8% dei fondi utilizzati, complessivamente 640 milioni di euro. Calcoli e stime al centro dei seminari che si svolgono come di consueto a margine dell’Ipe Award 2011, in programma a Bruxelles. Il «rischio Italia» nei portafogli previdenziali è un fattore sistemico da considerare, se si opera per costruire il futuro, ossia la pensione dei lavoratori.

Ignorare il «rischio Italia» significa quindi non guardare in faccia quei segnali che oggi ci impongono di modificare molte convinzioni che hanno puntellato l’idea italiana della previdenza. Elaborando i dati della relazione annuale 2010 di Covip, emerge che i fondi pensione italiani hanno circa 25 miliardi investiti in titoli di Stato italiani, pari al 30% del loro portafoglio complessivo: un’esposizione drammaticamente superiore a quella di qualsiasi altro sistema previdenziale europeo. La ragione è semplice: l’home bias spinge chi gestisce i portafogli previdenziali a sovrappesare i titoli di casa, nella convinzione di poterli meglio controllare. Questo home bias appare oggi una vera e propria tara finanziaria, di cui forse i pensionandi italiani farebbero volentieri a meno, vista la dinamica negativa dei BTp in questi ultimi mesi; l’effetto è evidente sui rendimenti da inizio anno: -1,6% è la performance media delle gestioni previdenziali dei fondi pensione. Da anni i legislatori e gli ispiratori delle norme di primo e secondo livello cercano di identificare i modi per far sì che i contributi dei lavoratori non vadano "dispersi" sui mercati finanziari internazionali e che restino in Italia.

La dinamica attuale evidenzia tutta la fallacia di questo assunto per diverse ragioni: 1) diversificare il portafoglio per emittente abbassa il rischio di portafoglio; Paesi come l’Olanda, che vanta una stabile tripla A, con bond sovrani ipercomprati come bene rifugio, alti prezzi e basse cedole, hanno da tempo alleggerito la propria esposizione domestica per abbassare il rischio-concentrazione; 2) l’eccesso di confidenza gioca brutti scherzi non solo ai piccoli investitori, ma talvolta anche agli istituzionali, soprattutto se le loro scelte di portafoglio sono il frutto di decisioni mediate tra gestori, vertici del fondo, parti sociali, advisor: la mediazione, talvolta, scontenta tutti, buon senso compreso; 3) l’idea di utilizzare il patrimonio dei fondi pensione come "batteria di riserva" per interventi di salute finanziaria pubblica, accarezzata anche in sede di riforma del decreto 703/96 sui criteri e limiti degli investimenti, lascia perplessi: quale soggetto più del Tesoro ha un’affidabilità tale da attirare il 30% di un portafoglio? Il pressing di qualche mese fa per la fusione tra importanti Sgr domestiche aveva lo stesso scopo: l’entrata in scena di un attore finanziario pronto a sottoscrivere a scatola chiusa titoli di Stato in sede d’asta, anche a scapito della redditività degli stessi per la posizione previdenziale degli aderenti; 4) investire in Paesi che crescono più dell’Italia è per i pensionandi italiani un’eccellente copertura dalla lentezza economica nostrana.

A confermare la necessità di una rivoluzione copernicana sulle pensioni sono le prime indicazioni dell’agenda Monti in materia: l’estensione del contributivo pro-rata a tutti i lavoratori è stata più volte caldeggiata sulle pagine de Il Sole 24 Ore dalla neo ministro al Welfare Elsa Fornero; una mossa destinata a sconfessare la scelta compiuta all'epoca della riforma Dini di rendere graduale il passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo, più equo. Per un un popolo che dà il meglio di sè (solo) nell’emergenza, è meglio un passaggio drastico, in cui lo shock impone una presa di coscienza e la messa in campo di contromisure idonee a compensare le scoperture: previdenza complementare in primis. L'estensione del contributivo nella forma pro-rata e la legge 122/2010, che aggancia l’età della pensione all’aspettativa di vita, sottraggono due cardini fondamentali del sistema pensionistico alla mediazione tra le parti sociali; mediazione che alla prova dei fatti si è rivelata poco efficiente. Al contrario, queste mosse creano le condizioni per liberare risorse importanti per le generazioni più giovani, schiacciate ora dal peso dei "diritti acquisiti" dei loro genitori. A partire da questi mattoni si può costruire un sistema che risponde appieno ai criteri del trattato di Lisbona: stabile, adeguato alle esigenze degli aderenti (più giovani), e moderno, per la visibilità delle prestazioni future (busta arancione), l’ampiezza delle opzioni a disposizione e la consulenza più adeguata per sceglierle.

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  • Gianmario DAVINI |

    Faccio notare che con la legge 122/2010, in quanto retroattiva al 30 ottobre 2008, ha già fortemente penalizzato i lavoratori come me che sono stati messi in mobilità prima di questa legge. La Camusso ha già sollevato in due occasioni questo problema. Dopo 17 mesi di mobilità dovrei andare in pensione dal 01/01/2012 come da legge del governo Prodi quando ho firmato la lettera di licenziamento. Non rientrando nei 10.000 come successivamente ha introdotto la legge governo Berlusconi, andrò in pensione dal 01/09/2012 con una perdita secca di circa €. 1.000 al mese. Più del 50% di quanto mi spetterebbe. Se poi avrò una pensione contributiva avrò una perdita secca del 25% sulla mia futura pensione!!!
    Un padre di famiglia, quando opera le sue scelte le fa in base alle norme in vigore, e per me sarebbe andata bene con la mia pensione prevista dalla legge governo Prodi. Cambiando le regole durante il gioco non solo mi si rubano i soldi, ma anche la possibilità di non poter più scegliere possibili integrazioni per la futura pensione. E’ sempre la solita storia: devono pagare sempre gli stessi, l’importante è descriverlo nel modo migliore e meno comprensibile per tutti. Nel libro Fontamara, l’avvocato dei contadini li convinse così: 10 anni sono troppi, facciamo due lustri! E tutti, nella loro ignoranza, furono soddisfatti!
    Buona giornata

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