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A chi servono i fondi pensione se si smette di lavorare più tardi

Un beneficio per i conti dello Stato, ma anche per quelli del lavoratore: che andando in pensione dopo, va a percepire una rendita di primo pilastro più alta. Questa la lettura offerta dai più della promessa del Governo italiano all’Ue di innalzare l’età in cui lasciare il lavoro. Vero, ma non sempre e non per tutti. L’innalzamento dell’età pensionistica e l’aumento della rendita non sono direttamente correlati. Lo testimoniano i casi qui a fianco elaborati in collaborazione con Epheso: per il co.co.pro 36enne lavorare sei anni e 6 mesi in più produce un tasso di sostituzione aggiuntivo del 4,1%; i 3 anni e 3 mesi della 59enne producono invece il 9,2%. Una differenza rilevante. Anche se è senz’altro pesante, dal punto di vista psicologico, la prospettiva di andare in pensione tra oltre sette anni quando ne mancano quattro alla pensione.

Questi calcoli confermano che in previdenza ogni caso fa storia a sè: guardare l’orto del vicino può essere sbagliato e depistante. Prendiamo il caso di un trentenne e mettiamolo a confronto con una coetanea donna, destinata anch’essa ad andare in pensione nel luglio del 2048 a 67 anni e 4 mesi, con una prospettiva di carriera tale da far crescere la retribuzione dell’1% l’anno, ma con un reddito attuale inferiore: 15mila euro. Quest’ultima dovrà lavorare 6 anni e 10 mesi in più dell’altro ma potrà incrementare il suo tasso di sostituzione del 15,6%, circa dieci volte in più rispetto al suo coetaneo.

Percentuali a parte, quanto si incasserà di più, andando in pensione dopo? Per il dirigente industriale di 36 anni due anni e 4 mesi produrranno 3014 euro netti di pensione in più l’anno, pari a un tasso di sostituzione del 2,2%. Poco? Tanto? Ognuno dia una risposta in base alle proprie caratteristiche, per le ragioni dette in precedenza. Tenendo conto che c’è un altro sistema per sostenere le rendite previdenziali. I fondi pensione offrono un supporto di secondo pilastro, in molti casi concorrenziale rispetto al sostegno di primo pilastro offerto dall’innalzamento dell’età pensionistica. Particolarmente premianti, soprattutto per le generazioni più giovani che – senza generalizzazioni di sesso e reddito – possono contare sull’arma più potente: il tempo.

Il commerciante trentenne che decide di aderire a un fondo pensione versando 100 euro al mese (a partire dal mese prossimo, con la stessa cifra in un comparto bilanciato 30% azioni – 70% obbligazioni e al netto dei benefici fiscali) può stimare di incassare una pensione di scorta annua di 2556 euro, pari al 5,03% dell’ultimo stipendio. Ossia più del triplo di quanto gli "rende" lavorare un anno e un mese di più. Il co.co.pro. 36enne invece, aderendo in modo identico, può sostenere il proprio reddito con una pensione di scorta del 4,08% dell’ultimo stipendio: 1.831 euro l’anno, sotto il 2.335 euro derivanti dall’allungamento di 6 anni e sei mesi dell’attività lavorativa. Tralasciando il caso di chi ha oltre 55 anni, con poco tempo da sfruttare per il secondo pilastro, sono molto più soddisfacenti i risultati per i lavoratori dipendenti: un trentenne che aderisca come i precedenti ha modo di incassare il 14,92% del proprio ultimo stipendio, ossia 7.660 euro di rendita netta annua. Se anche volesse o potesse lavorare due anni in più aggiungerebbe solo 2% di tasso di sostituzione.

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