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Il nuovo fisco sui fondi comuni penalizza i fondi pensione

Sono rimasti come i proverbiali ultimi giapponesi abbandonati sull’atollo di un fisco nettista: i fondi pensione italiani saranno infatti gli unici a conservare un prelievo fiscale periodico – l’11% annuo sulle plusvalenze –, quando a partire dal 1° luglio 2011 anche i sottoscrittori di fondi comuni di investimento verseranno il 12,5% solo sulle plusvalenze maturate al momento del disinvestimento (e non più ogni giorno). La mossa allinea il sistema del risparmio gestito italiano al contesto europeo, gettando le basi di un mercato più integrato a livello continentale; e che rivitalizza un industria del risparmio gestito nazionale che da anni aveva avviato attività "esterovestite", per offrire il vantaggio "lordista" dei propri clienti. La rivoluzione è attesa da anni, ma ora rischia di produrre un effetto "distorsivo" nei confronti dei fondi pensione di casa nostra. Che, a dispetto delle indicazioni della Commissione Europea per un sistema EET, ossia esente/esente/tassato, è ancorato dalla riforma del 2005 al sistema ETT: esente/tassato/tassato, che procura all’Erario circa 141 milioni di euro l’anno.

Ma qual è l’impatto prodotto da questo prelievo, che sottrae una tale cifra dal portafoglio di investimento? Abbiamo provato a stimarlo elaborando alcuni dati. Le tre linee mostrano la crescita dei montanti periodicamente rivalutati nell’arco di 20 anni, da tre strumenti identici per asset allocation e che si rivalutano poniamo del 10% annuo. Si tratta del fondo comune ante riforma fiscale in vigore dal 1/7/2011 che in quattro lustri accumula 562mila euro; un fondo pensione con il regime fiscale attuale, che otterrà un montante finale di 599mila euro e un fondo comune su cui si applica la riforma in vigore dal luglio prossimo che in ragione del mancato prelievo annuale potrà ottenere un montante finale pari a 660mila euro. Una differenza non da poco tra questi ultimi due, pari a circa il 10% del montante finale, che si trasforma in circa il 2,5% del tasso di sostituzione, ossia del rapporto tra ultimo stipendio e primo assegno pensionistico del lavoratore. Non poco. Si tratta di circa 62,50 euro al mese per chi andrà in pensione con il 60% dell’ultimo stipendio, stimato in circa 2.500 euro al mese.

Si tratta di differenze importanti che pesano, nel momento in cui si percepiscono i singoli strumenti – fondo comune, fondo pensione o polizza Vita collegata a un fondo – come concorrenti tra loro. Non è un caso che diverse reti di distribuzione, soprattutto promotori finanziari e assicuratori, propongano in questa fase come strumenti previdenziali polizze Unit collegate a panieri molto flessibili di Sicav estere: strumenti che anche se non usufruiscono degli incentivi fiscali della 252/2005 (deduzioni fiscali fino a 5164,57 euro l’anno), offrono una maggiore flessibilità gestionale, sia in termini di asset allocation, sia per eventuali anticipazioni, anche se con costi mediamente superiori.

Non dimentichiamo poi che la fiscalità di vantaggio dei fondi pensione è relativa: al pensionamento l’imposizione fiscale oscilla dal 15 al 9%, in base agli anni di permanenza nel fondo; e questo rende vantaggiosa l’adesione rispetto alla sottoscrizione dei fondi comuni solo per chi resta iscritto per almeno 23 anni. Inoltre si possono dedurre fiscalmente solo i contributi volontari e datoriali, non il Tfr, che è preponderante. Una penalizzazione implicita ed evidente, che riguarda la fase di accumulazione dei fondi pensione. Che potenzialmente hanno modo di rifarsi nella fase di decumulo: scegliendo una compagnia per l’erogazione delle rendite con un potere contrattuale diverso rispetto a ciò che può ottenere il singolo risparmiatore con il suo gruzzolo accumulato in tasca. Ma questa, in definitiva, è un’altra storia.

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