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L’alternativa a BoT e BTp nei fondi pensione

Nulla di grave, per carità, ma qualche aggiustamento tecnico, nelle ultime due settimane, l’hanno inevitabilmente registrato anche i titoli di Stato italiani. Il ministero dell’Economia ribadisce che l’Italia è solida e che i problemi in Europa «li risolve, non li crea». Gli stessi partner Ue hanno altri e più gravi assilli oltre all’Irlanda: nell’Eurozona soprattutto Spagna, Portogallo, Grecia. I BoT e i BTp costituiscono comunque lo zoccolo duro dei circa 35 miliardi di titoli di Stato presenti nel portafoglio dei fondi pensione: per l’incidenza dell’home bias, ossia della tendenza a investire nei titoli di casa, perché l’affidabilità di Repubblica italiana è sufficiente per destinare ai bond italiani somme ingenti; e inoltre perché i rendimenti offerti sono superiori a quelli della più affidabile Germania. Debito pubblico elevato che ha anche vantaggi: i titoli italiani in circolazione sono nelle tasche di investitori di mezzo mondo che non amano una forte volatilità sull’obbligazionario.

Per questo, negli ultimi giorni si sono svolti diversi incontri tra i vertici delle forme previdenziali con i gestori cui hanno affidato i mandati, per verificare duration, scadenze dei titoli, diversificazione, benchmark dei comparti. Raramente a questa fase di scrupolo hanno fatto seguito contromisure idonee per, ad esempio, aumentare la diversificazione in alcuni mandati. Ma dai colloqui è più volte filtrato un sentiment: legare di più fondi pensione e territori, canalizzare i contributi previdenziali verso le imprese italiane e non a finanziare quelle straniere (come accade ora, visto che la quota di titoli domestici nel portafoglio dei fondi pensione è minima). Gli stessi fondi, che incassano complessivamente dieci miliardi di euro l’anno solo di contributi dei lavoratori, hanno voglia di partecipare a un grande processo di intermediazione finanziaria a vantaggio dell’economia reale. Il soggetto deputato è Cassa Depositi e Prestiti (del resto controllata dal Tesoro), con il suo nuovo Fondo di Investimenti, che sta provando a muovere i primi passi. Lungi dal sostituire la Repubblica italiana nelle pensioni di scorta dei lavoratori italiani, l’ipotesi di lavoro è semmai integrare il debito sovrano. Fornendo quantomeno medesimi standard di affidabilità e rendimento, ma anche di liquidità dei titoli rispetto a BoT e BTp.

di Gordon Gekko

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  • Marco |

    Intanto, caro lettore, Lei coglie un punto: la difficoltà di individuare strumenti che consentano di investire i contributi dei lavoratori nel tessuto produttivo italiano. Dopo la fine della Cassa del Mezzogiorno, nessuna iniziativa tesa a dare un impulso all’economia del paese è davvero decollata: da Sviluppo Italia al F2I. Ci riuscirà Cassa Depositi e Prestiti a realilzzare un efficiente private equity di stato? Staremo a vedere. Certo, i fondi pensione non possono prescindere dall’affidabilità degli strumenti in cui investono nè dalla loro liquidità. E in questo è davvero difficile far meglio dei titoli di Stato. In ogni caso preoccupa che chi ha liquidità e flussi certi, come i fondi pensione, si offrano nell’agone politico-finanziario attendendo proposte e magari poi poltrone. Se ciò andasse a detrimento delle pensioni di scorta, come fa capire Gordon Gekko, non sarebbe una bella pagina per il Welfare italiano.
    Marco lo Conte

  • Paolo Tirabassi |

    L’ipotesi di un maggiore utilizzo delle risorse della previdenza integrativa a favore delle attività produttive nazionali è suggestiva. Tuttavia è discutibile sotto il profilo teorico e pericolosa sotto quello pratico.
    Occorre tenere sempre presente che i fondi pensione hanno una finalità ben precisa: garantire una rendita integrativa a fianco di una pensione pubblica insufficiente. Gli investimenti devono perciò essere molto prudenziali.
    Posto che con la previdenza obbligatoria siamo esposti al rischio Italia – è infatti un sistema pubblico, in parte a carico della fiscalità generale e ormai indicizzato al PIL – sarebbe effettivamente opportuna una diversificazione internazionale ed una certa quota di obbligazioni corporate e di azionario ben selezionato. Ma i gestori sono in grado di selezionare società con un buon futuro o sono fatalmente destinati a replicare i benchmarks più generali?

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