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Caccia grossa agli aderenti ai fondi pensione negoziali

La torta si allarga sempre di più. A differenza di altri strumenti messi in ginocchio dalla crisi, i fondi pensione italiani vedono crescere i propri asset grazie al flusso contributivo degli aderenti (e in misura inferiore grazie ai rendimenti, qualora si registrino). Un flusso che vale oltre 10 miliardi l’anno di denaro fresco (vedi grafico a fianco), solo grazie ai versamenti di una piccola parte (il 22%) dei lavoratori che avrebbero diritto a una copertura di un secondo pilastro. A chi fa gola questa torta, che potrebbe essere ben superiore, ma che resta comunque appetitosa?

A molti intermediari, soprattutto. Non è un caso che i piani individuali pensionistici (Pip) registrino tassi di crescita eccellenti, nonostante siano gli strumenti più costosi: l’indice sintetico di costo (a 10 anni) è dell’1,98% contro l’1,16% dei fondi aperti e lo 0,39% dei negoziali. E a ciascun punto percentuale di costo sostenuto in più corrisponde una riduzione della rendita del 20% dopo 35 anni. Perchè in molti ascoltano le sirene di agenti, promotori finanziari o bancari nel momento delicato della scelta (vedi anche La posta del risparmiatore a pagina 20)? Fa leva la capacità commerciale e consulenziale dei professionisti a fronte della difficoltà dei fondi negoziali di consigliare il proprio pubblico di riferimento (anche se in molti si stanno attrezzando a riguardo).

Nel mirino delle compagnie ci sono proprio gli iscritti ai fondi di categoria: da inizio 2010 si registrano oltre tremila fuoriuscite, di cui un migliaio da Cometa (metalmeccanici), 400 circa da Previmoda (tessile-abbigliamento) e circa 200 da Fon.Te (commercio, turismo, servizi), passati in parti eguali ai Pip di Alleanza e Mediolanum. Cifre esigue in termini assoluti, ma che testimoniano una tendenza in atto. Ciò significa che le politiche commerciali delle reti puntano a convincere chi una scelta l’ha già fatta, invece di convincere i dieci milioni di soggetti sprovvisti di copertura previdenziale di secondo pilastro.

Nulla di male: è la concorrenza istituita nel mercato previdenziale con la riforma entrata in vigore a gennaio 2007. Una concorrenza tra strumenti collettivi e individuali e quindi piena di spine: per dirimere le controversie tra negoziali, Sgr e compagnie assicurative, la Covip ha definito le norme di collocamento dei differenti strumenti: in sintesi, chi propone un fondo pensione aperto o un Pip a un dipendente deve spiegargli in caso di adesione al Pip perderebbe il contributo datoriale previsto in caso di iscrizione a un fondo di categoria e si caricherebbe di costi maggiori. Una "formalità", spesso, facilmente sbrigata da chi sa proporsi come interlocutore previdenziale, per puntare dritto all’adesione. Anche a scapito di una corretta informazione in materia e dell’interesse dell’aderente: come risulta dalle candid qui in pagina. Sulle modalità di collocamento Covip mantiene la massima attenzione: recentemente ha sanzionato Mediolanum dopo che i promotori della rete avevano collocato strumenti ad alto contenuto azionario a lavoratori vicini al pensionamento, contravvenendo al principio di adeguatezza. Una sanzione cui il gruppo di Ennio Doris ha deciso di non fare ricorso.

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