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L’Olanda ha il miglior sistema previdenziale. Il Brasile sorpassa Usa, Francia, Germania e Giappone

L’impresa è per certi versi titanica e offre il fianco all’inarcarsi di molti sopraccigli. Ugualmente gli analisti di Mercer hanno provato a comparare i sistemi previdenziali dei diversi paesi. Per decidere quale è, in definitiva, il migliore, pur nella consapevolezza che non esiste il sistema perfetto, valido per ciascun paese. Il Melbourne Mercer Global Pension Index ha analizzato i pilastri previdenziali di quattordici paesi in tutto il mondo attraverso un novero corposo di fattori presi in considerazione, raggruppabili in tre macro criteri a ciascuno dei quali ha assegnato un peso diverso (vedi tabella): «adeguatezza» delle prestazioni in relazione alle attese degli aderenti, «sostenibilità» del sistema, ossia il rapporto tra uscite ed entrate tramite la gestione e l’«integrity»: indicazioni che riguardano la governance, i costi, i processi decisionali e il livello di protezione degli iscritti. Fattori rilevanti, vista la difficoltà di provvedere ad adottare misure idonee per gestire l’allungamento della vita media nei paesi più industrializzati, tema critico sia per i fondi pensione che per i loro aderenti.

L’esito dell’indagine conferma la tradizione ma offre anche molte sorprese: i Paesi Bassi mostrano la migliore media tra i tre macrofattori presi in esame, ma al secondo posto c’è la Svizzera, al debutto sotto la lente di Mercer. Da rilevare il buon posizionamento del Brasile (anch’esso new entry dell’indagine), che conferma i progressi del paese in materia di conti pubblici.

Di contro canto i bassi voti del sistema previdenziale giapponese, tra quelli che più risentono dell’invecchiamento della popolazione: non a caso il Giappone ha la peggior valutazione per la sostenibilità del suo sistema. Solo la Cina, ancora agli albori nella definizione di un welfare state, fa peggio. Lecito chiedersi che posizione avrebbe l’Italia, in questo contesto: curiosità che forse sarà evasa l’anno prossimo. Lo studio non si tira indietro nell’indicare le linee guida di miglioramento dei sistemi previdenziali: dalla promozione di misure per innalzare l’età di pensionamento, all’incentivazione della partecipazione al lavoro dei più anziani; e inoltre maggiori coperture e protezione dei risparmi, maggiori incentivi all’adesione ai fondi pensione privati, quando questa è volontaria (come nel caso italiano), interventi per limitare il gap previdenziale e ampliare la rosa di strumenti previdenziali a disposizione.

Temi ricorrenti in diversi paesi. Quelli europei, non a caso, sono oggetto di un’approfondita indagine dell’Unione Europea nel suo Libro Verde in consultazione in queste settimane (audizioni sono in corso al Parlamento italiano). Da Bruxelles una moral suasion per evitare impatti negativi dei sistemi pensionistici sui conti pubblici dei paesi membri.

Ma anche indicazioni di applicazione della direttiva Solvency II, in via di discussione: che vede contrapposti paesi come l’Olanda, il Belgio, il Regno Unito (anche sempre da tempo è in atto una profonda riforma degli schemi) da una parte e Svezia, Italia, paesi dell’est europei e, in parte, anche la Germania: i primi cercano di stoppare le nuove e rigorose norme che obbliga fondi pensione e compagnia assicurative a imponenti accantonamenti per la gestione del rischio, mentre il secondo gruppo di paesi, che da tempo ha già abbracciato il sistema a contribuzione definita, teme relativamente l’applicazione delle nuove regole, che però invoca (seppur con differenti intensità di azione), a vantaggio della trasparenza del mercato.

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