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Il 21% dei fondi pensione guarda all’immobiliare (e snobba le azioni)

Dove mettereste un euro oggi, se aveste molta pazienza per attendere di vedere i frutti sbocciare? Evidentemente in ciò che recente ha perso valore. Il mattone, certo, che nella sua versione gonfiato di leva finanziaria è stato il propulsore della recente crisi finanziaria. Ma anche le azioni, che erano sono scese molto, almeno fino al marzo dello scorso anno. Sono all’incirca queste le propensioni di investimento di chi guida i fondi pensione interpellati da Bfinance, nell’indagine realizzata nelle scorse settimane (dicembre 2009 – gennaio 2010). La società internazionale indipendente di consulenza finanziaria ha interpellato i numeri uno di 63 strutture (la metà sono fondi aziendali, il 37% fondi pubblici, l’8% assicuratori); il 60% degli interpellati sono europei (gli altri Usa e Canada); tra gli europei il 45% è domiciliato nel Regno Unito e l’8% in Italia. Il quadro che ne emerge vede nel breve termine in cima agli obiettivi di investimento l’immobiliare (Scarica Chart bfinance), seguito dalle materie prime: cui viene assegnato ancora fiducia nel prossimo futuro. Per le azioni, invece, il feeling pare al capolinea (dopo una ripresa dalle precedenti rilevazioni di ottobre 2008 e primavera 2009): la propensione di investimento da parte dei fondi pensione è rilevante da qui a un anno, ma crolla poi a tre anni. Segno di un imminente divorzio tra previdenza ed equity premium, originato dal -50% del 2008 accusato dai listini e dalle conseguenze a cascata.

Dall’indagine di Bfinance emerge peraltro un costante interesse per i paesi emergenti, sia come obiettivo di investimento azionario che per il reddito fisso. Ed è rilevante notare come i vertici dei fondi mantengano l’interesse per il private equity, mentre il favore è crescente per valute e per sofisticate strategie di investimento: dall’absolute return a quelle decorrelate (il cosiddetto portable alpha sale dal 5% a un anno al 13% a tre). Crolla, invece, il reddito fisso, vista la recente corsa dei titoli governativi e in prospettiva di un rialzo a medio termine dell’inflazione.

E i fondi italiani, in particolare, come si stanno muovendo? «Nel nostro recente bando per la selezione di gestori finanziari (per 4,7 miliardi di euro, n.d.r.) – dice Fabio Ortolani, presidente di Cometa (metalmeccanici) – abbiamo previsto di innalzare la quota di azioni italiane da meno dell’1% al 3,5%: è poco, ma è un segnale del ruolo che il nostro fondo, uno dei più grandi d’Europa, intende avere nello sviluppo del sistema economico italiano. Per gli immobili stiamo poi verificando con Covip la valorizzazione delle quote e i criteri del mandato: dobbiamo scegliere i gestori e insieme con loro i fondi immobiliari che intendono usare. E dobbiamo poi verificare le modalità di utilizzo degli Etc che investono in commodity».

«Noi guardiamo ai paesi emergenti – dice Lorenzo Dore, presidente di Fondenergia (energia e petrolio) –: nella nostra recente scelta dei gestori (700 milioni di euro) abbiamo affidato loro un incarico specifico. Ma il decreto 703/96 che regola i criteri di investimenti, impone loro di investire solo in paesi Ocse: escludendo così gli emergenti del Far East. Per contrastare l’inflazione, quando arriverà, vogliamo investire in obbligazioni inflation linked. E per decorrelare il portafoglio puntiamo a fondi immobiliari e infrastrutture».

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