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La verità sulle pensioni nel libro bianco di Sacconi

La piena applicazione, a partire da gennaio, dei nuovi coefficienti di trasformazione «potrebbe non bastare a riequilibrare la spesa previdenziale». È questo il passaggio più esplicito che il Libro bianco sul Welfare presentato dal Ministro Maurizio Sacconi concede in tema di pensioni.

Sacconi

Per subito aggiungere che l’avvenuta stabilizzazione della spesa di lungo periodo (si scende sotto il 14% del Pil solo dopo il 2055) comunque non basta. Perché le pensioni continuano a sottrarre troppo spazio alle altre funzioni di welfare, quelle da finanziare «a ripartizione» e che non servono solo nei momenti bassi del ciclo economico ma anche per promuovere l’occupazione e tutelare gli individui «lungo tutta la vita». E perché dietro quel livello di spesa, pari al 60% dell’intera spesa sociale al netto dell’istruzione, si nascondono ancora troppe pensioni basse, frutto di percorsi lavorativi brevi e discontinui, in molti casi «insufficienti a superare la soglia di povertà». Per il singolo lavoratore l’unica chance è aderire alla previdenza complementare. Perchè per migliorare il quadro, in attesa della finestra post-crisi che renderà possibili gli eventuali interventi di riforma da negoziare con le parti sociali, c’è una sola indicazione di policy: allungare le carriere lavorative. Lo impone l’innalzamento della speranza di vita alla nascita, che nel 2050 si avvicina agli 85 anni per gli uomini e ai 90 per le donne stando alle ultime previsioni Istat, e rappresenta il miglior modo per gestire la transizione al nuovo assetto contributivo. In questa prospettiva di una vita lavorativa più lunga rientrano anche le donne. Ma prima di allineare i loro requisiti pensionistici a quelli degli uomini dovrà essere garantita una «maggiore inclusione del lavoro femminile, altrimenti doppiamente penalizzato». Nell’analisi non mancano altre indicazioni di contorno, ma non meno importanti, come l’ulteriore omogeneizzazione del rapporto tra contributi e prestazioni per tutte le categorie di lavoratori (e professionisti) e l’ipotesi di un migliore equilibrio tra le diverse fonti di finanziamento della pensione complessiva (pubblica e complementare); unica via per puntare a un alleggerimento delle aliquote contributive a parità di tasso di sostituzione, vale a dire il rapporto tra primo assegno previdenziale e l’ultimo stipendio. Per le gestioni previdenziali private, infine, la proposta è di rafforzarne la stabilità di lungo periodo «anche attraverso fondi associati di garanzie delle prestazioni». Nella stessa giornata di presentazione del Libro bianco, dal Cnel è arrivato un altro importante strumento di analisi per i decision maker pensionistici: un modello previsionale della spesa previdenziale (limitata ai trattamenti di invalidità, vecchiaia e superstiti) per il periodo 2008-2050. Lo studio, realizzato dal Cer, giunge a qualche settimana dal decimo Rapporto della Ragioneria generale e offre una serie di simulazioni basate su uno scenario demografico e macroeconomico centrale, affiancato da una serie di analisi di sensitività. Tra i «fattori di problematicità» che più possono determinare uno squilibrio della spesa viene indicata la dimensione della forza lavoro e la produttività. A incidere su un aumento della spesa potrebbe essere anche il passaggio a un’indicizzazione legata alla crescita del Pil, anziché ai prezzi al consumo, mentre il posticipo dell’età di pensionamento, secondo gli analisti, può produrre una minor spesa massima, pari allo 0,3% del Pil.

di Davide Colombo