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E’ di 400 miliardi di dollari il decifit dei fondi pensione “tripla A”

Chi considera il piano Geithner il punto di svolta della crisi finanziaria che da un anno e mezzo ha travolto il mondo della finanza e l’economia globale, potrebbe ricredersi. Perché, negli Stati Uniti ma anche al di qua dell’Atlantico, c’è una mina ancora da disattivare: è il deficit dei fondi pensione, ossia delle strutture previdenziali messe a disposizione dalle aziende Usa ed europee ai propri dipendenti. Un rosso ancora celato nei bilanci aziendali e che ha per ora un sapore virtuale. Che rischia però di trasformarsi in perdite reali con i maxi-esodi annunciati da molte aziende.

Il fardello inesploso

A quanto ammonta il fardello inesploso dei fondi? Le stime parlano di circa 320 miliardi di dollari di deficit solo per le compagnie dell’S&P500; cui vanno aggiunti i 69 miliardi stimati da Ubs per le società europee a fine 2008, cresciuti con tutta probabilità nel primo bimestre del 2009 fino a 80 miliardi circa. In tutto 400 miliardi di dollari, che equivale alla differenza tra gli asset investiti dal fondo pensione e il denaro che il fondo stesso utilizza per pagare le prestazioni pensionistiche dei dipendenti, secondo il modello a prestazione definita tipicamente anglosassone. Che con le Borse in salita ha retto, ma ora è in prossimità di diventare un boomerang. Il deficit è esploso con lo tsunami dei listini, vanificando in un colpo solo i buoni risultati raggiunti tra il 2002 e il 2007, tanto che negli Usa l’attivo aveva superato dell’8%, a inizio 2008, il totale delle passività.

Le sfumature del rosso

Il «rosso» previdenziale ha tonalità differenti per le diverse società: c’è quello acceso di Exxon, che si trova con un deficit pari al 15,4%, ma che con un’esposizione al mercato azionario per il 75% del portafoglio non fa certo dormire sonni tranquilli. C’è il rosso fuoco Bae System, con circa 2 miliardi di rosso e passività pari alla propria capitalizzazione di Borsa. E poi il rosso incandescente delle società automobilistiche statunitensi: quello di Ford, in deficit di circa 12 miliardi, ossia circa cinque volte la capitalizzazione di mercato della società di Detroit; e quello clamoroso e che rischia di provocare la bancarotta di General Motors, che vola ormai a 25,5 miliardi e mezzo di passivo, 12 volte circa il suo valore di Borsa. E poi c’è il rosso lampeggiante di General Electric, da sempre simbolo e vanto dell’affidabilità a stelle e strisce e ora fresca di downgrading ad AA-: in un anno è passato da un saldo tra attivo e passivo di 59,7 miliardi di dollari ad un deficit di circa 6,8 miliardi. Cifre che possono ampliarsi in una spirale negativa, in caso di proseguimento della crisi. Tocca alle aziende ripianare questi deficit, secondo quanto prescrivono le autorità di vigilanza. Le quali – così come in altri contesti – mostrano una certa benevolenza nei confronti di queste strutture, dilazionando, come nel caso britannico, il periodo concesso per il ripianamento del deficit fino a 5 anni.

Le contrimisure

C’è chi invece è intervenuto: Ing Group, che ha già ottenuto la garanzia dello Stato sui propri asset tossici, ha recentemente stanziato 814 milioni di euro per rifinanziare il suo fondo pensione; per il gruppo olandese non è il primo intervento, visto che negli ultimi due anni ha iniettato quasi due miliardi nel fondo. La crisi finanziaria ha messo a nudo questo modello di fondo pensione, garantito nella sua efficienza e gestito nella sua strategia dall’azienda stessa, che gioca tutte le sue carte sull’esposizione all’equity. Sopravviveranno alla crisi e ai suoi strascichi? Non ne è convinta la Nafp, l’associazione che rappresenta 1.200 fondi pensione inglesi che con i loro acquisti posseggono il 15% dell’intero mercato azionario britannico: il 52% dei fondi a prestazione definita, sostiene in un recente studio, potrebbero chiudere.

Tra le vie d’uscita indicate, la trasformazione in fondi a contribuzione definita, come quelli italiani, che offrono meno garanzie a priori e scaricano sugli aderenti i rischi connessi ai mercati. Ma che nel 2008 hanno contenuto le perdite medie all’8,4%. Sarà anche un modello giovane e di un Paese antico i cui uomini di finanza «non parlano inglese»; ma per ora la grande crisi lo sfiora appena.

di Marco lo Conte e Fabio Pavesi