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I fondi pensione battono ancora il Tfr, confrontando i «soldi veri»

Ci voleva una crisi finanziaria sistemica e globale, la nazionalizzazione delle principali istituzioni finanziarie della principale potenza economica del pianeta, una recessione e una dura battaglia contro il rischio di depressione solo agli inizi, per far saltare l’assioma secondo cui i rendimenti dei fondi pensione battono sempre la rivaluzione del Tfr. Secondo quanto reso noto da Covip (vedi «Il Sole-24 Ore» di domenica 23 novembre), dal 2003 al 31 ottobre 2008 il Tfr si è rivalutato del 17,5% contro un +15% della media dei rendimenti dei fondi pensione. Un sorpasso clamoroso, tanto più che fino al dicembre scorso il «vantaggio» dei fondi pensione sul Tfr era rilevante: +25,1% contro un + 14,3% della liquidazione. Ma lo tsunami finanziario ha stravolto convinzioni consolidate, per la gioia degli scettici sul secondo pilastro pensionistico, ossia la maggioranza degli italiani, visto che il tasso di adesione è fermo vicino al 30%. I fondi pensione non convengono più?

Solo apparenza: a guardare i soldi veri, ossia i rendiconti dei primi aderenti ai negoziali – con anche dieci anni di storia – è evidente che aver aderito alla previdenza complementare ha prodotto un vantaggio tangibile per questi lavoratori.

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rendiamo il caso meno fortunato: i primi metalmeccanici hanno iniziato a versare a Cometa i loro contributi ad inizio 1999, cogliendo solo una parte del boom borsistico che ha avuto il suo apice nel marzo del 2000. Costoro vedono crescere i loro versamenti del 20,27%, del 2,02% medio annuo. Lo stesso lavoratore che avesse deciso di continuare a versare il Tfr alla propria azienda vi troverebbe ora 15.332,56 euro, contro i 16.790,45 del conto previdenziale: ossia il 10,4% in 10 anni, quindi l’1,04% medio annuo. Analogo discorso, ma con risultati migliori per i primi iscritti a Fonchim che realizzano un incremento complessivo del 29,53% e del 2,68% medio annuo; e ancora meglio è andata ai primi aderenti a Fondenergia (gruppo Eni, vedi anche l’analisi a pag. 27): l’incremento complessivo è del 52,36% il che si traduce in un 4,76% annuo.

Da cosniderare che l’elaborazione proposta riguarda i negoziali, che negli anni hanno reso più degli aperti e dei Pip. Numeri che potrebbero essere ancora migliori se dovessimo considerare il beneficio fiscale, che prevede una deducibilità dei versamenti fino a 5.164,57 euro l’anno. Non l’abbiamo calcolato in quest’analisi, vista la difficoltà di confrontare aliquote fiscali diverse; e anche perchè bisognerebbe considerare l’impatto fiscale al momento delle prestazioni (15% a scalare fino al 9% dopo 15 anni di contribuzione).

Casi isolati? Non pare proprio. Uno studio di Daniele Cerri e Maria Rita Gilardi, del dipartimento Welfare e nuovi diritti–settore Previdenza complementare della Cgil, confronta la posizione dei primi iscritti ai negoziali, con quella che avrebbero avuto se avessero deciso di mantenere il Tfr in azienda. Il vantaggio di aver aderito vale 917 euro per Arco, 1.903 euro per Cooperlavoro, 750,33 euro per Gommaplastica, 2.863,92 euro per Fopen, 1.061,61 euro per Pegaso e 785,89 euro per Previmoda.

Tutto bene, dunque? Per il singolo aderente è cruciale capire quale linea scegliere: «Chi ha pochi anni di lavoro davanti – dice Riccardo Cesari, docente di Matematica finanziaria all’Università di Bologna –, deve posizionarsi in un comparto monetario o garantito. Per chi invece è giovane conviene beneficiare degli acquisti a prezzi bassi di questi mesi per poi "esserci" quando (nel 2010?) il mercato ripartirà e le quote acquistate oggi daranno rendimenti "money weighted" elevati. Un esempio? Se oggi la quota vale 10 e tra due anni 11 il rendimento "time-weighted" è del 10% ma quello "money-weighted" può essere del 20 o 30%, se nel durante la quota è scesa a 9, 8 eccetera, per poi risalire a 11 e se il sistema del Pac mi ha fatto acquistare quote aggiuntive in tutte le fasi negative intermedie».