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Casse, sale a 6 miliardi la quota in strutturati

Sarà stato il calo di altre asset class, o magari anche l’appetito per strumenti che offrono opzioni finanziarie omnibus o quasi, a chi le sottoscrive. Fatto sta che la quota di obbligazioni strutturate nei portafogli delle Casse è salita al 15,01%: un dato in crescita rispetto solo a poco tempo fa, quando una ricognizione realizzata dal Nucleo di valutazione della spesa pensionistica aveva calcolato l’esposizione degli Enti previdenziali in questa tipologia di strumenti nell’11,6 per cento.

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La crescita, stimata in base ai dati forniti dalle stesse Casse, riunisce dati in calo e in crescita: i ragionieri hanno deciso di investire in titoli di banche legati all’inflazione, fino al 14,88% del patrimonio mobiliare e al 6,61% del totale. D’altro canto Inarcassa ha quasi dimezzato la sua esposizione: «Alcuni titoli sono giunti a scadenza – precisa Antonio Falcone, direttore di Inarcassa –, strutture come queste preferiamo farle noi e non comprarle sul mercato: è stato un modo per investire in fondi hedge esteri e a garanzia abbiamo messo le nostre obbligazioni fondiarie».

Complessità

Strumenti molti complessi e molto diversi tra loro: in genere sono titoli di debito obbligazionari, garantite a scadenza ma non sempre, agganciate a titoli, panieri di titoli o di fondi o, ancora, strategie algoritmiche. Un collaterale fornisce la misura del rischio e la garanzia a scadenza. Perchè proliferano questi strumenti? Primo, offrono molte opzioni insieme: proteggono dal capitale e insieme permettono di partecipare al rialzo dei sottostanti. Ma sono complessi, scarsamente comprensibili (i term sheet, ossia le note informative, possono toccare le 150 pagine), fino a sfociare in opacità. E comunque con rilevanti costi di up-front: un po’ come una vecchia polizza che carica tutti i costi nelle prime rate. Inoltre non sono cioè scambiati su mercati regolamentati e quindi non si possono vendere fino alla scadenza.

L’appeal

Tra i motivi del solo "successo", la possibilità di investire in titoli off shore o in fondi non armonizzati, con un trattamento fiscale agevolato. Essendo prodotti tailor made, ossia confezionati su misura, è difficile capire se il prezzo è corretto oppure gravato di costi nascosti, soft commission (commissioni nascoste) o sharing fee (distribuzione della remunerazione). Non è raro trovare in questi prodotti Abs (asset back securities), Cdo (collateral debt swap) e altri strumenti collegati al mercato immobiliare: la cui crisi ha ingenerato lo tsunami finanziario che ha imperversato sui mercati internazionali nell’ultimo anno e mezzo. Travolgendo Lehman e tutti gli attori del mercato bancario e assicurativo.

Vederci chiaro

E parallelamente ha fatto salire l’attenzione per questo settore. Ovvio, con un sistema di vigilanza frammentato, un’accentuata litigiosità della governance e criteri di redazione dei bilanci, quasi discrezionali da parte degli estensori, tanto da rendere difficilmente confrontabili tra loro i numeri degli Enti e quelli di uno stesso Ente da un anno all’altro. Naturale che in questo terreno possano aver proliferato strumenti come le obbligazioni strutturate. Hanno poi destato curiosità alcune mosse, per i conflitti di interesse che li hanno ingenerati.

La gara ad inviti

O per esempio le selezioni della banca che sostituirà Lehman Brothers nella garanzia della "note" Anthracite, nel portafoglio di Enasarco (agenti di commercio), dell’Eppi (periti industriali) e Enpacl (consulenti del lavoro). La prima ha scelto Crédit Suisse (vedi «Plus24 del 15 novembre scorso), le altre due hanno invitato sei banche a partecipare alla gara. Sulle cui regolarità c’è chi nutre dubbi: la Mifid prevede infatti che prima di presentare un’offerta ad un possibile investitore, Casse comprese, una banca debba compiere una dettagliata analisi delle sue esigenze finanziarie. Ma come si fa a far ciò se la selezione prevede di inviare un’offerta in busta chiusa?