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Ricetta fusioni per i fondi pensione negoziali

Perchè i lavoratori del settore aereo aderiscono a tre fondi pensione diversi? E perchè ciò accade anche al settore cooperativo? Interrogativi che, pur dettati dal buon senso, per anni si sono scontrati con le resistenze di chi ha salvaguardato per anni il proprio «specifico previdenziale». E, meno ufficialmente, una pletora di incarichi di rappresentanza nei Cda dei fondi pensione, anche a dispetto di maggiori costi a carico degli aderenti. Forse però ora – dopo le parole del ministro del Welfare Maurizio Sacconi che ha definito «inesorabile» il tema del’accorpamento dei fondi pensione – è arrivato il momento in cui queste resistenze possono lasciare il passo ad un processo di razionalizzazione del settore.

Un’indicazione utile in materia la fornisce l’ultimo rapporto in materia di State Steet «The Pension Industry. Bridging the gap», in cui sono illustrate le ultime tendenze delle gestioni previdenziali nel Paesi dove la società è attiva (26 le nazioni in cui State Street è presente, con 2mila miliardi di dollari gestiti al 31/3 di quest’anno).

L’esigenza che in modo più esplicito viene rivolta a State Street come gestore di fondi pensione, è quella di rendere meno dipendenti le performance finanziarie dei fondi pensione dai picchi di volatilità che i mercati riservano periodicamente. Lo scotto del post-bolla hi-tech del 2000 brucia ancora e la recente crisi borsistica, originata un anno fa dalla crisi subprime, spinge ancor di più verso una gestione più stabile. I concetti chiave? Diversificazione, grazie all’utilizzo di fondi hedge, immobili, derivati, commodity e valute, e strategie come l’absolute return, che necessitano però di dimensioni rilevanti per realizzare risultati in linea con gli obiettivi che un fondo pensione definisce. Sfide che solo con patrimoni di molti miliardi di euro è possibile affrontare in modo efficiente. Nella tabella in pagina non compare alcun fondo italiano: la prima cassa professionale, quella dei medici, è al 236esimo posto con 12 miliardi in portafoglio, mentre Cometa e Previndai, i negoziali più grandi non arrivano a 4.

«Per la gestione di un mandato – dice Marco Fusco, responsabile per l’Italia di State Street Global Advisors – un asset manager specializzato necessita spesso di diverse decine di milioni di Euro (molto dipende comunque dai mercati di riferimento) per implementare un portafoglio dedicato. Il fondo pensione deve poi a sua volta diversificare tra diverse asset class (e quindi diversi gestori specializzati) per costruire un portafoglio complessivo efficiente. Per questo la dimensione diventa cruciale». Ciò significa che i fondi più piccoli vanno necessariamente male? «Esistono comunque soluzioni "pooled" (cioè i fondi di investimento) – risponde Fusco – che consentono di accedere a certi mercati attraverso veicoli collettivi già diversificati e di per sé efficienti. I fondi pensione possono certamente (e lo fanno) avvalersi di tali strumenti, ma nel lungo periodo sarebbe auspicabile una crescita del sistema».