Cosa rischia chi trascura la propria pensione

Non stupisce che la crisi stia cambiando le abitudini previdenziali degli italiani: i fondi pensione registrano un aumento delle domande di anticipazione e non solo per spese sanitarie o per l’acquisto della casa, ma anche se soprattutto per quelle “ulteriori esigenze” che secondo la normativa consentono di incassare fino al 30% del montante accumulato (dopo otto anni di adesione al fondo ). Non è corretto giusto, anzi, è dannoso per il destino previdenziale dei lavoratori, smantellare un processo di costruzione di un secondo pilastro, chiamato a supportare il primo, in prospettiva sempre più basso. Ma è la crisi (da ricordare che il denaro “restituito” sul proprio conto previdenziale è interamente deducibile fiscalmente). D’altronde il Rapporto sulla coesione sociale presentato da Inps, Istat e Ministero del Lavoro ci dice che per ogni 100 giovani a inizio 2011 si registravano 144,5 anziani; nel 2050 l’incidenza salirà a 256 anziani per ogni 100 giovani. La creazione di ricchezza sarà tale da garantire a tutti condizioni minime di vivibilità? Sembrano tanti 38 anni per dare una risposta a questa domanda: invece è poco, soprattutto se si intendono trovare soluzioni affidabili e metterle in pratica. Per mettersi sulla buona strada è utile approfondire le ragioni per le quali i lavoratori italiani nell’ultimo anno hanno deciso di interrompere o di rinviare l’adesione a un fondo pensione.

Il sondaggio pubblicato su Plus24 di sabato scorso, realizzata da IPR Marketing, evidenzia come una fetta consistente, il 40% del totale, ritiene di non disporre di un reddito sufficiente per pensare al proprio futuro; la percentuale, come forse prevedibile, sale al 45% tra gli under 34; dipendenti e imprenditori alzano le mani rispettivamente nel 46 e 47% dei casi. A questi si aggiunge la quota pari al 9% di chi ha rinviato la scelta a causa di spese improvvise: con un picco al 23% tra gli autonomi, mentre dipendenti (6%) e liberi professionisti (9%) mostrano una minor dipendenza dalla congiuntura economica. Prevedibile, anche se poco coerente in termini assoluti, che il 21% dei giovani pensi che sia troppo presto per “occuaprsi di queste cose”. Stupisce e proccupa per certi versi di più il risultato relativo alle altre motivazioni per cui si è deciso di rinviare la decisione di costruirsi una “pensione di scorta”. Il 12% del campione dichiara di avere difficoltà a tenere sotto controllo le spese “non indispensabili”, una quota che scende al 2% tra i liberi professionisti e all’8% tra i dipendenti.

Il che significa una cosa importante: la pianificazione, indispensabile per chi lavora “in proprio”, così come l’automatismo della destinazione dei proprio contributi tramite l’ufficio personale, rappersentano canali che riducono il rischio di scopertura previdenziale. L’indagine conferma che servono meccanimi che permettano di evitare ai singoli di sopravvivere al proprio denaro e passare a carico della collettività: meccanismi automatici di adesione (con diritto di recesso, magari motivato e documentato) o una consulenza affidabile, che permetta di mettere in pratica soluzioni. Rinviare le scelte significa ridurre la propria pensione futura. Un esempio? Un impiegato quarantenne che non abbia ancora aderito a un fondo pensione può iscriversi oggi: scegliendo un comparto bilanciato, in 24 anni può ottenere una pensione di scorta pari a circa il 10,5% dell’ultimo stipendio; se rinvia la decisione di altri tre anni otterrà l’8,5%. E se rimanda ancora?

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