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Per l’Inpdap i dipendenti pubblici hanno bisogno dei fondi pensione

La recessione ha avuto un effetto negativo sul meccanismo di rivalutazione dei montanti contributivi individuali (il cui tasso di capitalizzazione è determinato proprio dalla variazione del Pil) e, quindi, sul valore delle future pensioni che, nel caso di un 40enne con versamenti dal 1996, arriva fino all'8 per cento. In valori assoluti la limatura è di 2.200 euro lordi annui, calcolati su una pensione che, senza recessione, sarebbe stata invece di 26mila euro lordi annui. La perdita è leggermente minore (-7%) se il lavoratore 40enne rientra nel sistema «misto» e ha versamenti contributivi dal 1990, mentre scende al 5% per un 50enne con versamenti dal 1986. Meno penalizzato il caso del 26enne che ha iniziato a versare contributi nel 2009, cioè nel cuore della crisi; per lui la limatura sul montante è solo del 4 per cento.
La simulazione – prima nel suo genere – è stata realizzata dal servizio statistico attuariale dell'Inpdap ed è contenuta nel terzo rapporto sulla previdenza complementare per i dipendenti pubblici che è stato presentato ieri dal consiglio di indirizzo e vigilanza dell'istituto. Per recuperare quel gap, ha spiegato Alessandro Ruggini, coordinatore della commissione per il secondo pilastro Inpdap, il Pil dovrebbe crescere in termini reali del 2,4% l'anno nel quadriennio 2011-2014. L'esercizio attuariale vale per tutti i dipendenti ma è stato presentato a riprova della necessità, ormai ineluttabile, di far crescere il livello di adesione dei dipendenti pubblici ai fondi di previdenza integrativa. Se nel settore privato, con i 5 milioni e 200mila iscritti ai fondi di fine dicembre 2010 s'è arrivati infatti al 23% del totale, nel pubblico non si supera il 4 per cento.
La previdenza complementare per il pubblico impiego è partita nel 2005 e conta attualmente su quattro fondi pensione (Espero, Prevedi, Fopadiva e Laborfond) cui nei giorni scorsi s'è aggiunto Perseo, per i dipendenti delle regioni, delle autonomie locali e del servizio sanitario. Nel loro insieme questi fondi garantiscono una forma pensionistica complementare di origine negoziale a 2,5 milioni di dipendenti pubblici su 3,5 milioni (ma è in arrivo anche il fondo Sirio per i ministeriali). Il problema è far crescere le adesioni, passaggio non facile, ha spiegato il presidente dell'Inpdap, Paolo Crescimbeni, visto il trattamento fiscale sfavorevole rispetto al settore privato, la bassa cultura previdenziale del comparto e la scarsa fiducia sulle prospettive dei mercati finanziari, al cui andamento è legata la rendita del secondo pilastro.
Crescimbeni, in questa prospettiva, ha rilanciato la proposta di un ruolo dell'Inpdap nella creazione di un fondo pubblico di garanzia, una sorta di riassicurazione per compensare le eventuali perdite dei fondi negoziali. Mentre il presidente del Civ Inpdap, Carlo Borio, ha insistito sulla leva dell'informazione a tappeto sui temi della previdenza: «Altrimenti l'inadeguatezza delle pensioni future – ha spiegato – si rivelerà da sé, con un choc collettivo che è dietro l'angolo tra il 2018 e il 2020». Tra nove anni il tasso di sostituzione lordo (il rapporto tra pensione e retribuzione) di un dipendente pubblico di 60 anni con 35 di contributi sarà del 58,9 per cento, secondo le stime Inpdap, Covip e della Ragioneria generale dello stato, mentre con il secondo pilastro attivo da almeno venti anni sarebbe stato del 68,3 per cento.

di Davide Colombo

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