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Si riprova a riformare i criteri di investimento dei fondi pensione

Per arrivare in porto, deve andare tutto, ma proprio tutto bene. Perché con i chiari di luna della legislatura, anche la riforma dei criteri degli investimenti dei fondi pensione italiani, rischia di finire in un binario morto. Ma tant’è: il 2011 potrebbe regalare al secondo pilastro previdenziale la tanto attesa riforma delle modalità con cui i fondi pensione mettono a frutto i contributi dei lavoratori italiani. Il testo in vigore, il noto 703, venne emanato nel 1996, prima che il sistema economico e finanziario dovesse passare diverse «prove di maturità»: dalla bolla hi-tech a quella del credito, passando dai crack finanziari Usa (da Enron a Lehman e Madoff) o italiani (Cirio, Parmalat).

Molto è cambiato dalla metà degli anni 90 e quel testo che tendeva a escludere dai portafogli delle forme previdenziali paesi emergenti, commodity e hedge fund – per citare i temi più caldi – appare oggi quanto meno desueto. Il nuovo decreto viene messo a punto in questa fase dai tecnici della Covip (commissione di vigilanza sui fondi pensione) e del ministero dell’Economia, che sottoporrà a consultazione pubblica a gennaio, per poi emanarne la versione definitiva. Si tratta di un’ulteriore elaborazione rispetto ai precedenti tentativi di portare a termine la riforma: l’ultima, poco prima della fine della scorsa legislatura.

Nel dettaglio, il nuovo 703 allargherà il novero degli investimenti dei fondi pensione, entro limiti oscillanti tra il 10 e il 20% del portafoglio, alle materie prime, ai fondi hedge e a titoli obbligazionari e azionari di paesi tradizionalmente considerati «emergenti» ma ormai ampiamente «emersi»: Brasile, Russia, India e Cina, in particolare, i cosiddetti Brics che nel 99 valevano meno del 3% della capitalizzazione mondiale di Borsa, oggi pesano per oltre il 20%, mentre gli Usa sono passati dal 53 al 41%. Una solidità e una stabilità sancita con l’ingresso a pieno titolo nelle stanze dei bottoni, allargata ormai dal G7 al G20; mentre la grande crisi del 2008 rivelava la fragilità delle economie occidentali.

Inevitabile quindi cambiare il perimetro anche degli investimenti previdenziali. E gli strumenti: petrolio ma anche oro o le materie prime industriali indispensabili per la crescita economica di Pechino come il rame, per fare solo un esempio. Asset che hanno ricavato un ruolo tale nei portafogli di tutti gli investitori, privati e istituzionali, da smentire il significato stesso di commodity: dal francese commodité, ossia ottenibile comodamente, con praticità. Quanto agli hedge fund, protagonisti loro malgrado della recente crisi con responsabilità spesso esagerate, la soluzione più probabile per la stesura del testo in consultazione dovrebbe dare ai fondi la possibilità di investire entro una quota massima vicina al 10% tra fondi di fondi hedge di diritto italiano.

Ma la riforma non riguarda solo gli asset dei fondi pensione quanto, anzi soprattutto, la loro politica di investimento e di controllo del rischio. La bozza che si avvia verso l’ultimazione in vista della consultazione, prevede infatti che ciascuna forma previdenziale stili un documento sulla propria politica di investimento, indicando le strategie che si intendono prendere, i parametri di riferimento per la politica di gestione (che non si limitano più quindi al benchmark) e gli strumenti di analisi, verifica e controllo del rischio.

L’obiettivo è di consentire alle realtà dalla struttura più articolata e dalla dimensione maggiore di investire sui mercati in maniera più raffinata rispetto a quei fondi più piccoli che potranno continuare a investire in modo tradizionale. Deroghe, in ogni caso, saranno consentite dall’autorità di vigilanza a quei fondi che mostreranno di possedere il know-how per il controllo e il monitoraggio della dinamica di rischio/rendimento. Una previdenza a due velocità: ma che permetterà ai big di partecipare al mercato finanziario a pieno titolo come investitori istituzionali, con voce in capitolo nelle sedi societarie.

 

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