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Le pensioni, i politici e la strategia dello struzzo

Gli ultimi botti di campagna elettorale, in Italia come nel resto d'Europa, hanno svariato sugli argomenti più vari. Grandi assenti, purtroppo, sono risultati i temi più importanti per il futuro dell'Europa, tra i quali quello del sistema pensionistico, ormai indilazionabile visto il progressivo invecchiamento della popolazione. In Italia, mentre il governatore Draghi aveva nella sua Relazione annuale lanciato l'allarme sul tema della sostenibilità dell'attuale struttura, il governo, per bocca di Berlusconi e Tremonti, ha dichiarato che l'odierna configurazione va bene così com'è, nonostante l'Ocse calcoli che le passività future siano pari al 200% del Pil, la spesa pensionistica si aggiri sul 15% del Pil e la Commissione Ue preveda che nel nostro paese tra pochi decenni per ogni lavoratore ci sarà un pensionato. Eppure, la via della riforma ci sarebbe e lo ha ricordato qualche giorno fa in Italia Josè Pinera, l'inventore della riforma pensionistica cilena da tutti invidiata. Nel 1981, infatti, la previdenza del paese sudamericano fu completamente privatizzata e, a 28 anni di distanza, rimane il più grande successo mondiale in fatto di pensioni. Ogni lavoratore dipendente cileno ebbe la possibilità di uscire dalla previdenza pubblica e di versare il 10% dei propri salari in conti pensionistici privati amministrati da società in concorrenza tra loro, conosciute come Administradora de Fondos de Pensiones, poste sotto una supervisione governativa che ha imposto una politica d'investimenti prudente. Raggiunta l'età pensionabile, il lavoratore poteva scegliere se ritirare i soldi, farsi dare una rendita oppure continuare a lavorare e accumulare risparmi. Lo schema contemplava anche una quota per un'assicurazione sulla vita e una per gli infortuni, nonché l'intervento dello stato per chi non riusciva a raggiungere una pensione minima (e tale intervento costa solo l'1% del Pil). Ad oggi, più del 95% dei lavoratori cileni hanno optato per il sistema privato al posto di quello pubblico (e chi rimane sono solo i dipendenti anziani che non hanno cambiato all'inizio). Il Cile si è trasformato: è diventato il paese più prospero dell'America Latina con ritmi di crescita medi del 4-5% annui negli ultimi 25 anni; il tasso medio di rendimento dei risparmi investiti nei fondi pensionistici privati è stato in 28 anni del 9% in più dell'inflazione e tale percentuale comprende i ribassi dovuti alla crisi dei mercati azionari del 2007-2009. Otto milioni di cileni sono iscritti ai Fondos e custodiscono gelosamente i loro "libretita" di risparmio. Altri 2,7 milioni di cittadini hanno optato per l'assistenza sanitaria privata al posto di quella pubblica; il governo ha potuto contare su un costante surplus di bilancio e la borsa di Santiago è l'unica del globo che rispetto a un anno fa abbia guadagnato, dopo che negli ultimi 20 anni era cresciuta del 1.800% (!). Decine di governi, soprattutto in America Latina, Asia ed Europa Centrale (da ultima,l'anno scorso, la Romania) hanno cominciato ad imitare l'esempio cileno,ivi compresa la prudente e socialdemocratica Svezia, che dal '98 permette di versare il 2,5% del salario in fondi simili a quelli cileni con grande soddisfazione dei beneficiari, tanto che si sta ora pensando di portare tale limite al 3,5 per cento. Che sindacalisti e politici continuino a nascondere la testa nella sabbia non risolverà i problemi: d'altronde, gli struzzi non sono noti per essere i pennuti più intelligenti del creato.

di Alessandro De Nicola