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Marco lo Conte

Oltre il Tfr di Marco lo Conte

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24 maggio 2012 - 10:36

Tra crisi economica e Borse in tensione, la fotografia 2011 dei fondi pensione

L’effetto della crisi economica sui contributi ai fondi pensione, le conseguenze della crisi finanziaria sulle gestioni previdenziali, l’evoluzione normativa del settore, i confini dell’operato di Covip. Sono questi i temi affrontati dal presidente della commissione di vigilanza sui fondi pensione, Antonio Finocchiaro, in occasione della Relazione annuale per il 2011, l’ultima del suo mandato (resterà in carica fino al gennaio prossimo). Centrale il tema della sospensione contributiva: circa 1,1 milioni di lavoratori, pari a circa il 20% del totale, ha interrotto il flusso di risparmio previdenziale, un dato in crescita di 100mila unità rispetto allo scorso anno. Si tratta nella stragrande maggioranza dei casi di lavoratori autonomi iscritti a fondi aperti, che non usufruiscono dei versamenti ricorrenti da un datore di lavoro; solo il 15% circa ha riguardato lavoratori dipendenti. Un fenomeno che ha riguardato la metà del fondi pensione aperti e il 35% delle polizze previdenziali.

Un fenomeno che si aggiunge al crescente ricorso alle anticipazioni: per spese sanitarie, l’acquisto o la ristrutturazione della prima casa ma in modo particolare per le cosiddette "altre esigenze", ossia la possibilità di avere anticipazioni fino al 30% del montante, senza doverne motivare le ragioni: una voce che pesa per la metà del totale delle anticipazioni. Comportamenti che, come ha sottolineato Finocchiaro, pregiudicano l’adeguatezza delle pensioni degli iscritti: ancor più all’indomani della riforma Monti-Fornero che ha alzato l’età della pensione e ridotto le prestazioni future soprattutto dei più giovani.

La Relazione annuale di Covip è stata ancora una volta l’occasione per indicare le mosse per rilanciare le adesioni che, complice anche la crisi, mostrano segni di incremento leggero e decrescita nel settore negoziale. Un rilancio auspicabile, anche se lo stimolo vero arriverà dalla ripresa economica, ha concordato il Ministro del Welfare Elsa Fornero. Spunti e riflessioni sono stati offerti dai dati relativi alla contribuzione di primo pilastro italiana: la più alta in Europa, eccetto l’Ungheria, al punto da indurre l’esecutivo a ipotizzare nel decreto Salva Italia la possibilità di optare per un passaggio parziale dal primo al secondo pilastro.

Il presidente della Covip ha analizzato l’andamento delle gestioni in un anno travagliato per i mercati finanziari: se il Tfr è salito del 3,5%, la crisi dei debiti sovrani europei e delle Borse ha inciso sulle performance dei fondi pensione aperti, scesi in media del 2,4%, e dei Pip collegati a polizze unit liked (-5,7%); positivo invece l'andamento dei Pip collegati a gestioni separate, + 3,5% e sostanzialmente invariato il rendimento medio dei fondi pensione di categoria, +0,1%. Medie che, lo ricordiamo, mettono insieme i rendimenti positivi delle linee garantite, +3,7% per i negoziali, e il -8,8% delle linee azionarie dei Pip). Un sistema che nonostante la gravità della crisi finanziaria è riuscito a tenere e che nel primo trimestre dell’anno in corso mostra segnali di ripartenza: +3,7% i negoziali, +4,8% gli aperti, +6,2%.

Molto resta ancora da fare, ha sottolineato Finocchiaro: ad esempio evitare di contabilizzare alcuni titoli secondo il criterio del mark-to-market, che spinge a investire per il breve termine invece che per il lungo (la duration dei titoli di Stato è in media di 4 anni). Se questa ipotesi non ha ancora trovato riscontro, è attesa a breve invece la pubblicazione da parte del Ministero del Tesoro dei testi in consultazione per la riforma del decreto 703/96, sui limiti e criteri di investimento e il decreto 7 bis per l'erogazione delle rendite da parte dei fondi.

Infine i confini di vigilanza di Covip, cui è stata attribuito il controllo sulle gestioni delle Casse privatizzate: «Una semplificazione di tale sistema è auspicabile», ha detto riferendosi all’incrocio di competenze con i ministeri, peraltro rappresentati nei Cda delle Casse stesse. Finocchiaro ha inoltre reso noto che per vigilare su questi soggetti saranno assunti a tempo determinato dieci persone, con competenze attuariali, di analisi del rischio e di bilancio. E sull’idea di inglobare Covip in Banca d’Italia Finocchiaro ha difeso il modello di vigilanza in vigore: un modello al contrario che sarebbe da estendere anche ai fondi sanitari, per un miglior Welfare complementare.

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21 maggio 2012 - 10:45

I fondi pensione fanno pulizia dei costi di transazione

«Se lo spread bid/ask è "profondo", riesci a lavorarci dentro e ci ricavi qualcosa». Cosa significa? La traduzione dal gergo tecnico dei trader spiega che un broker potrebbe acquistare un titolo a un prezzo comunicandone al suo cliente un altro. In passato pare che sia capitato più di una volta; può accadere se la differenza tra bid/ask, ossia domanda e offerta di un titolo, è particolarmente ampia. In questo caso un operatore potrebbe ottenere un extra guadagno dato dalla differenza tra il prezzo indicato al cliente (in genere un gestore o un investitore istituzionale) e quello che effettivamente è riuscito a strappare. Nonostante le dichiarazioni di rispetto del principio della best execution delle operazioni. I prezzi, d’altronde, mutano continuamente, rendendo difficile la ricostruzione delle singole transazioni.

Non sempre i clienti, soprattutto i fondi pensione di dimensioni più ridotte, hanno gli strumenti per effettuare verifiche dettagliate: in particolare se la transazione in questione non passa dai mercati regolamentati, ma da quelli "over the counter"; impedendo di fatto in molti casi alla banca depositaria di avere visibilità sull’operazione. Proprio per evitare questo tipo di rischio, la Commissione di vigilanza sui fondi pensione ha prescritto ai soggetti vigilati una stretta sui controlli sull’attività dei gestori cui affidano i mandati: imponendo un’area finanza all’interno delle strutture e definendo in un documento di politica degli investimenti i presìdi di vigilanza sugli elementi di rischio della gestione. Un titolo che passa di mano a 9,90 euro invece che a 10,00, per un’operazione di un milione di euro produce una differenza di 10mila euro.

Ma quando sale il rischio che improvvisati Gordon Gekko arrotondino alle spalle di clienti? Può capitare, per esempio, quando il gestore utilizzi il broker della sua stessa casa e che i "chinese walls", i muri cinesi che dovrebbero separare le diverse unità, siano particolamente "bassi". C’è chi fa notare, inoltre, che i gestori incassano dai fondi pensione italiani commissioni ben più basse rispetto a quelle derivanti dall’attività in altri paesi europei: ma è un indizio insufficiente. Quel che è certo è che per ovviare da questo rischio diverse strutture impongono ai propri gestori di non utilizzare i broker della casa, condizione non sufficiente per mettersi del tutto al riparo da questo tipo di rischi. Altri l’hanno consentito, in virtù del fatto che questa preclusione potrebbe impedire al gestore di trovare il prezzo migliore. I controlli a posteriori da parte delle direzioni delle strutture previdenziali variano molto: c’è chi pressa quotidianamente i gestori per esser certo della loro correttezza e chi invece effettua verifiche a campione ogni sei mesi o ogni anno.

Ma è successo? In alcuni casi la scoperta di una circostanza di questo genere è stata seguita dall’azzeramento o forte riduzione delle commissioni per il gestore o dall’assegnazione ad altri gestori delle masse o dei flussi. Anche per questo l’attenzione per la materia e l’esperienza che passa in rete tra i fondi negoziali disincentiva comportamenti anomali. Per dormire sonni più tranquilli molti si stanno attrezzando per ottenere un "transition cost analysis", report periodico in cui sono inseriti i costi e le condizioni delle operazioni effettuate.

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16 maggio 2012 - 12:36

I dieci errori più frequenti che minacciano le pensioni delle donne

Ci sono comportamenti che espongono più degli altri al rischio di non avere una pensione dignitosa. Comportamenti che spesso sono frutto di scelte inconsapevoli o automatiche – per cultura, consuetudine o inerzia - che la recente crisi sta mettendo in discussione. Un esempio? Stefania ha 53 anni, un marito e tre figli; alla loro nascita ha spesso di lavorare. Non ha mai pensato di ritrovarsi senza il denaro sufficiente a vivere dignitosamente. Dopo trent'anni di matrimonio, suo marito se ne è andato. I figli, ormai grandi, sono nella fase della ricerca di autonomia. Stefania adesso si chiede: “Come affronterò le spese quotidiane? Come pianificare il domani?”. Meglio attrezzarsi per tempo, ma come? La pianificazione è frutto di una serie di scelte ponderate (spesso prese insieme a un consulente), cui rimandiamo per un approfondimento. Ma nel frattenpo può essere interessante focalizzarsi sugli errori da evitare, per far capire alle donne il vantaggio di una corretta pianificazione finanziaria, per costruire una pensione solida. Gli esperti di Allianz hanno elaborato in uno studio i 10 errori più frequenti. Eccoli:

 1) Mio marito guadagna bene, quindi anch'io sono protetta.

2) La pensione? Non me ne voglio occupare, in qualche modo la situazione si aggiusterà.

3) Ho appena trent'anni, non devo pensarci già ora.

4) Lavoro part-time, quindi la pensione arriverà.

5) Devo occuparmi dei figli, quindi non tocca a me lavorare.

6) Dopo la maternità, non ho più pensato di rimettermi in gioco: ci pensa lui.

7) Ho 55 anni, posso smettere di pagare i contributi perché la pensione arriverà presto.

8) Devo occuparmi dei miei genitori anziani. Questo impegno mi verrà riconosciuto.

9) Ho sentito dire che la crisi finanziaria ha bruciato i risparmi di molti. Non investirò mai sui mercati azionari.

10) Ho quello che mi serve, posso permettermi di non risparmiare.

E voi? Vi riconoscete in uno o più di uno di queste frasi?

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14 maggio 2012 - 10:31

La frenata dei fondi pensione e gli appetiti sul loro patrimonio

Costano poco, sono agevolati fiscalmente, sono gli strumenti migliori per compensare il calo delle pensioni future, hanno risentito meno degli altri strumenti di risparmio della crisi finanziaria, più degli altri sono trasparenti. Insomma, hanno tutte le qualità per entrare nel cuore degli italiani. E invece le adesioni sono al palo; anzi, la tendenza è al calo e la crisi drena risorse indirizzandole alle esigenze di breve termine dei lavoratori a scapito di quelle di lungo termine. I fondi pensione entrano ora nel tunnel di un’ulteriore recessione che non potrà che ridurre la contribuzione e quindi le rendite di scorta future.

Una tendenza accentuata dal ricorso degli iscritti alle anticipazioni sul capitale per soddisfare le esigenze non solo della prima casa o delle spese mediche, ma anche le "ulteriori esigenze", per alcune famiglia importanti nella terza e quarta settimana. Prometeia advisors Sim ha provato ad analizzare lo scenario evolutivo riguardante i fondi pensione, in particolare per quanto riguarda il numero degli iscritti e degli asset accantonati. Il quadro che ne emerge evidenzia da una parte un calo complessivo delle adesioni, mentre allo stesso tempo aumenta il patrimonio netto dei fondi pensione.

Frutto del flusso di Tfr e contribuzione volontaria e datoriale che i lavoratori continuano a inviare ai fondi pensione, in particolare a partire dal 2007, anno del silenzio assenso che ha portato all’interno del sistema un milione di nuovi iscritti. Secondo stime di Prometeia, a fine 2011 il patrimonio complessivo del sistema dovrebbe aver oltrepassato quota 90 miliardi di patrimonio, con un rialzo dell’8,6% rispetto all’anno precedente; una percentuale ancora superiore per quanto riguarda le forme di nuova istituzione, con particolare riferimento ai negoziali, che vedono aumentare i loro asse del 13%. Sulla base delle proiezione macro-economiche di Prometeia, le ricercatrici Vincenza Di Lorenzo e Chiara Fornasari prevedono una crescita contenuta del contributo medio per iscritti, che risente di una dinamica salariale stagnante, data la situazione ciclica; un’ulteriore crescita delle anticipazioni da parte degli iscritti, vicina al 10%, che conferma il ruolo di ammortizzatore sociale che ricoprono i fondi pensione nei momenti di difficoltà economica, in attesa di una stabilizzazione del mercato del lavoro. E infine una leggera flessione del tasso di adesione ai fondi pensione di categoria, sostanzialmente in linea con la dinamica dell’occupazione dei rispettivi comparti imprenditoriali: gli iscritti potrebbero pertanto contrarsi del 1,3% nel 2012, per poi stabilizzarsi nel 2013 e crescere dello 0,9 per cento nel 2014.

Uno scenario che riporterebbe i fondi negoziali a un livello precedente il semestre di silenzio/assenso: «Gli iscritti a fine del 2014 sarebbero ancora inferiori a quelli del 2008 (1985 mila unità a fine 2014 contro 2044 mila a fine 2008), non avendo recuperato la riduzione complessivamente superiore al -3,5% sperimentata nei 4 anni dal 2009 al 2012 e indotta dalle due recessioni economiche. La copertura della popolazione attiva rimarrebbe pertanto ancora contenuta e insufficiente per garantire a un’ampia platea di lavoratori un’integrazione della pensione pubblica». L’attesa, dunque, è tutta per iniziative di rilancio, che per la verità languono. Al contrario: non manca chi vede nel patrimonio dei fondi pensione risorse da utilizzare per le esigenze dei spesa pubblica. I rumors a riguardo non mancano: sacrificare le integrazioni pensionistiche degli italiani è un’opzione attualmente al vaglio. Anche se impoverirebbe i pensionato di domani.

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7 maggio 2012 - 9:47

I tre ostacoli alla pensione dei parasubordinati

Le cronache hanno registrato diffusamente le lamentele delle generazioni nate intorno al 1952 che in ragione del decreto Salva-Italia, che ha imposto dal primo gennaio 2012 l'applicazione del metodo contributivo al calcolo delle pensioni di tutti i lavoratori, hanno rinviato il traguardo della pensione di alcuni anni. Peggiore la posizione delle generazioni più giovani, che vanno incontro a tassi di sostituzione, tra prima pensione e ultimo stipendio, decisamente inferiori a quelli dei 60enni di oggi. Ancor peggiore la situazione di chi è impegnato in attività parasubordinate. Di fronte alla loro situazione, lo scoramento prende il soppravvento inducendo, a volte, a non mettere in campo contromisure utili a costruirsi una pensione dignitosa: dal controllo dei contributi versati, al riscatto della laurea all'adesione a un fondo pensione (come spiegato nei due libri «Guida alla pensione integrativa», usciti di recente con Il Sole 24 Ore). A focalizzare le difficoltà che i parasubordinati devono affrontare in più rispetto ad altre categorie professionali, uno studio di Lucia Vergano, ricercatrice dell'Università di Pavia: gli ostacoli sono il basso tasso di contribuzione, il 27,72% invece del 33% dei dipendenti, che produce rendite inferiori rispetto ad altre categorie. Pesa e non poco, inoltre, la discontinuità contrattuale che può produrre buchi contributivi dannosi per la costruzione di una pensione.

Anche la burocrazia rema contro: c'è talvolta incompatibilità tra i software utilizzati da alcuni datori di lavoro e quelli utilizzati dall'Inps, tanto da impedire la corretta identificazione della posizione contributiva dei lavoratori. «La rigidità del sistema – dice Vergano –, in netta contraddizione con la logica propria del regime contributivo, impedisce che i contributi versati a differenti casse previdenziali possano confluire in un unico metodo di calcolo per determinare le prestazioni pensionistiche. E così a intere categorie di lavoratori potrebbe essere di fatto negato il diritto alla pensione». Un mix per cui l'attività lavorativa parasubordinata corrisponde a una condizione di inferiorità: «Intere categorie di lavoratori parasubordinati – dice Paola Profeta, docente di Scienze delle Finanze all'Università Bocconi – sembrano pertanto inesorabilmente condannati a scontare i perversi effetti della precarietà anche oltre la durata della vita attiva».

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23 aprile 2012 - 12:16

Fondi pensione, se le buone notizie non fanno notizia

Prendete un rialzo di Borsa del 7% in tre mesi, lo spread che scende in pochi mesi dal 517 punti a 331 e di conseguenza il prezzo dei titoli di Stato che recupera in modo rilevante. Risultato? La performance delle gestioni dei fondi pensione negoziali sale in un trimestre di oltre il 3,5%. Tanto? Poco? Dipende, è la abituale risposta. Qualcuno chiederà conto della sfida annosa - e inutile - con il Tfr: nel primo trimestre dell'anno il trattamento di fine rapporto si è rivalutato dell'1,1%, molto sotto di quanto hanno fatto i fondi pensione. In effetti i mercati finanziari in aprile hanno offerto più grattacapi che altro e una parte di quei risultati positivi sono già rientrati. Anche per questo non si può valutare nel breve termine la performance dei fondi pensione: tema noto a tutti. Soprattutto a chi, all'interno dei fondi pensione, approfitta di questo luogo comune per mantenere un basso profilo. Eludendo magari analisi interessanti che possono essere fatte e che determinano risultati di breve termine: per esempio sovrappesare o sottopesare in questa fase il BTp? Quel che incuriosisce è l'affollarsi di critiche per le performance finanziarie nei momenti di crisi. E il silenzio assordante nelle fasi positive: soprattutto da chi della propria contrastività con il mondo finanziario hanno fatto professione, fonte di carriera e reddito. Dove sono i soloni dell'antifinanza che spiegavano come "se uno guadagna il 100% raddoppia il suo capitale, ma se perde il 100% perde tutto!". E quelli che proponevano vincoli di investimento nelle gestioni previdenziali a vantaggio di un non meglio specificato "territorio" per, secondo loro, diminuire la volatilità di portafoglio e far ritornare alle economie locali il denaro sottratto dai fondi pensione? Polemiche a parte, è da consigliare un minicorso di formazione, anche meno di 150 ore, per imparare a distinguere performance "money weighted" da "time weighted". Giusto per sapere di cosa si parla. Successivamente ci si può avventurare sul perchè alcune linee bilanciate guadagnano il 4% e altre il 6,5%; o perchè alcuni comparti garantiti salgono del 2,3% e altri dello 0,7%.

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20 aprile 2012 - 10:31

Il fondo pensione diventa un ammortizzatore sociale

Passa a Mefop (società per lo sviluppo del Mercato dei fondi pensione) il testimone di raccolta dati sul sistema dei fondi pensione aperti, dopo l’allentamento della presa statistica da parte di Assogestioni, concentrata in altre aree. Dati che anticipano alcuni elementi salienti di un anno, il 2011, molto complesso per il sistema previdenziale. E del sistema degli aperti in particolare: un quarto complessivo (il 24,76%) dei flussi in uscita dal portafoglio dei previdenziale degli aderenti è destinato ad altri fondi pensione. Dato che conferma quanto riportato qualche settimana da Covip che, in vista della relazione annuale, ha già monitorato la costante crescita delle adesioni dei Pip (+25,1%), mentre gli aperti salgono del 3,8% nel 2011; in leggera flessione invece i negoziali, con un calo dello 0,8%.
Interessante appaiono le cifre relative alle anticipazioni: per spese mediche, per l’acquisto o la ristrutturazione della propria casa o per le "ulteriori esigenze", gli iscritti agli aperti hanno chiesto anticipazioni per 14,4 milioni di euro, il 15,81% del flusso in uscita. Un dato che conferma il trend avviato lo scorso anno (16,1 milioni anticipati, il 14,2% dell’erogato). Effetto crisi, secondo molti osservatori, che spinge gli aderenti alla previdenza complementare a ricorrere ai fondi come ammortizzatore sociale. Nel 2009, infatti, le anticipazioni ammontavano a 11,3 milioni di euro, il 6,9% del flusso in uscita. Anticipazioni che, come emerso da una recente indagine di Iama, vengono richieste nel 60% dei casi per "ulteriori esigenze" (il 45% per importo); inferiore la casistica di anticipazioni per casa e sanità.
A livello di classifica delle principali società che raccolgono i contributi dei lavoratori, sia privati sia autonomi, rispetto allo scorso anno si registra un calo più o meno significativo tra i big del settore (Arca, Intesa Previdenza, Allianz e Generali, che da sola ha perso 8mila iscritti circa), mentre si registrano incrementi significativi per Axa-Mps (4mila iscritti in più), Fideuram (+ 2mila), Unipol (+3mila) e Aureo Gestioni (+4mila aderenti).
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10 aprile 2012 - 10:13

L'obbligo di pensare al futuro

Ci sono film che a ogni passaggio televisivo registrano un’audience quasi garantita. Sia che si tratti dei classici di Totò o di Don Camillo e Peppone, o dei romantici alla Pretty Woman, le emittenti sanno che il pubblico non tradirà. Le spiegazioni sono raggruppabili nella grandezza dei protagonisti, nelle storie evergreen, nel fatto che piacciono perché comunque si sa come andranno a finire e ogni scena viene vissuta e partecipata dai telespettatori quasi fossero registi e attori che conoscono a memoria non solo il copione, ma come interpretarlo al meglio. Chissà se tra qualche decina di anni si potrà dire lo stesso della previdenza complementare, una grande storia che l’Italia stenta ancora a impersonare nonostante i chiari segnali dell’impossibilità del “primo pilastro”, quello dei versamenti obbligatori, di sostenere una rendita pensionistica in grado di mantenere un livello di reddito adeguato all’ultimo stipendio percepito prima di lasciare l’occupazione. Certo, la situazione economica non invoglia a pensare a lungo termine, ma rimanere agganciati a una strategia proiettata in avanti diventa cruciale soprattutto per i giovani.

Sì, i giovani, quelli che da ogni statistica escono con le ossa rotte: disoccupazione alle stelle, bassi stipendi quando agguantano un posto, prospettive di crescita professionale ed economica invischiate da un paese che premia troppo poco il merito. Verrebbe da dire che per loro siamo già in ritardo. La Covip, commissione di vigilanza sui fondi pensione, registra come solo il 17,6% degli under 35 aderisca a un fondo pensione; una quota che precipita al 2,6% per gli under 25. E dall’ultimo sondaggio svolto per Plus24 da IPR Marketing, è emerso che quasi il 90% per cento degli italiani non ha una pensione “di scorta”, l’81% non è titolare di una polizza sulla vita così come di una copertura sanitaria integrativa. Dove si sta sbagliando? Gli strumenti non sono quelli giusti? I messaggi non partono e vengono recepiti con chiarezza? O forse dietro questo scenario si cela uno dei grandi nodi ancora da sciogliere: la capacità di affrontare le emergenze – e ne stiamo scontando parecchie – e allo stesso tempo mantenere la capacità di pianificare in modo strategico il proprio futuro, quel welfare personale che non si può delegare ad altri perché deve nascere dalla convinzione che non ci sarà più nessuno intervento miracoloso.

Allora perché non mettere davvero al centro della scena i giovani? Magari coinvolgendoli in modo organico – e non estemporaneo – nel processo di elaborazione dei messaggi utili a comprendere l’importanza del risparmio previdenziale. Ascoltando inoltre le loro proposte in termini di definizione dei piani di pianificazione, delle modalità di accumulazione (cosa fare in caso di discontinuità lavorativa?) o di decumulazione (bastano i soldi per una vita dignitosa oppure per chi non è autosufficiente è più utile un valido servizio di assistenza?). Se fino a ieri uno Stato sociale “pesante” offriva garanzie sufficienti, salvo sorprese in verità poco rare, ora sappiamo tutti che anno dopo anno le fragilità individuali saranno un rischio da cui proteggersi. Ognuno ora ha il grande obbligo di pensare al futuro.

Di Massimo Esposti

m.esposti@ilsole24ore.com

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3 aprile 2012 - 10:14

Fondi pensione o no, gli italiani vogliono essere centenari

Ma chi l'ha detto che gli italiani sono un popolo di scaramantici, ancorati e aggrovigliati alle proprie passioni e credenze inveterate? In molti casi, gli abitanti del BelPaese hanno dato mostra di grande capacità di adattarsi a cambiamenti positivi. Si pensi al divieto di fumo: sembrava la fine del mondo convincere i fumatori a rinunciare alla sigaretta al ristorante e invece non c'è stata difficoltà ad adeguarsi a un comportamento tutto sommato "virtuoso". Perchè la salute è un valore importante e tutti vorremmo arrivare in salute, da anziani. I dati dicono che vivremo di più e per questo si lavorerà più a lungo: tra una decina d'annni probabilmente ci stupiremo di come sia stato possibile ritirarsi dal lavoro a 55 anni.

Il quadro socio-demografico dell'Italia ci dice che nel 1995 c'erano 24 over 65 per ogni 100 persone in attività, nel 2010 la quota era salita al 30,8%; e  nel futuro nel 2030 si impennerà al 43,6% e al 60,9% nel 2050. Queste le medie; ognuno poi è libero di fare gli scongiuri, per puntare a una longevità migliore. Per esempio aderendo a un fondo pensione, per assicurarsi una rendita agiguntiva a quella pubblica, che com'è evidente sarà sempre meno generosa, anche se finora pochi hano scelto questa opzione. Oppure è possibile compiere scelte per unire la lunghezza della vita alla sua qualità. Pare quasi banale ricordare cosa è opportuno fare: non fumare, non bere alcolici in quantità eccessiva, fare attività fisica; incide - e questo è meno facile metterci mano - lo stress da lavoro, così come la residenza in una regione piuttosto che in un altra: a parità di fattori, chi vive a La Spezia ha un'aspettativa di vita superiore di due anni e 4 mesi di chi vive a Napoli.

Tutti questi relativi all'effetto sulla longevità dello stile di vita sono stati elaborati insieme in un simulatore, Chi vuol essere centenario, messo a punto per Plus24 il Sole 24 Ore dalla società di consulenza indipendente Progetica. E il successo di questo tool, utilizzato in poche ore da decine di migliaia di internauti sul sito web del Sole 24 Ore, conferma come gli italiani pronti a cambiare in meglio le proprie abitudini, appena vien data loro la possibilità di sapere come. L'obiettivo di questo simulatore, ovviamente, non tanto è quello di fornire una previsione personalizzata della longevità di ciascuno. Quanto quella di sensibilizzare gli italiani a far mente locale su quei fattori che migliorano l'esistenza. Si stima per esempio che l'attività fisica consenta di allungare la vita mediamente di due anni. Indicazioni utili per imparare quell'arte che ciascuno di noi vuole imparare bene e che per molti versi è ancora da scoprire: quella di invecchiare bene.

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28 marzo 2012 - 10:15

Nei fondi pensione obbligatoria un'area finanza

La Covip alza l’asticella e le strutture interne ai fondi pensione provano ad adeguarsi. Facendo innanzitutto buon viso a cattivo gioco: perché arrivano una serie di carichi organizzativi da formalizzare, appesantendo le strutture e facendo lievitare i costi. Il che colpisce i fondi pensione di categoria, ma non di rado anche le forme profit: fondi aperti e Pip. Andiamo con ordine. Al termine di un breve periodo di consultazione pubblica, la Commissione di vigilanza sui fondi pensione ha dettato le disposizioni in materia di politiche di investimento, imponendo di redigere un documento che deve contenere «gli obiettivi che si intende realizzare nella gestione finanziaria, i criteri con i quali si prevede di attuarla, i compiti e le responsabilità dei soggetti coinvolti nelle varie fasi del processo di investimento, la modalità con cui si prevede di gestire il controllo del rischio e la valutazione dei risultati». Attività certo non ignote ai fondi pensione; cambia, però, se la vigilanza chiede di formalizzare tutti i passaggi. La definizione di una struttura finanza può comportare un aggravio di costi per buona parte di quei fondi pensione di dimensioni ridotte che non hanno professionalità specifiche al loro interno e che operano, per gran parte della propria attività, grazie al volontarismo di alcuni soggetti coinvolti. Una vera e propria area finanza può comportare un aggravio di costi anche superiore al 40% per alcune realtà.
Proprio per la scelta di chi dovrà ricoprire queste funzioni, Covip ribadisce «la necessità che gli stessi debbano possedere un elevato livello di professionalità, di conoscenze e di esperienza, oltre a caratterizzarsi per l'assoluta indipendenza rispetto a chi è incaricato della gestione». Un profilo che pare tagliato su misura, tra i negoziali, su come come Cometa (metalmeccanici), Fonchim (chimici), Fondenergia (gruppo Eni) o Fon.Te (commercio e turismo). Nelle altre strutture le funzioni indicate da Covip sono in gran parte ricoperte, ma quasi mai da attuari o dirigenti esperti in materia finanziaria. «Abbiamo un Cda qualificato, con molte professionalità derivanti dall’area finanza delle Fs – dice Sergio Slavec, direttore di Eurofer (ferrovie) –; cui si aggiunge Riccardo Cesari, che è ancora nostro consigliere, nell’ultimo dei suoi tre mandati».
«La Covip ha riconosciuto l’esistenza di diverse tipologie di forme – dice Valeria Cavagna, direttore generale di Foncer (ceramica) –; quelli che si possono strutturare e quelli che vengono invitati in sostanza a un esame di coscienza sulla propria fisionomia». Il mercato va verso una segmentazione: i soggetti più strutturati, quelli che adotteranno una gestione sostanzialmente passiva e infine coloro che si troveranno di fronte al dilemma se fondersi o metter a fattor comune alcune operatività, soprattutto in materia finanziaria. «Assofondipensione può essere il luogo ove i fondi si incontrano per trovare soluzioni comuni – dice Flavio Casetti, segretario generale dell’associazione –; tenendo conto che noi siamo facilitatori di progetti, non un gestore di servizi».
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