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La vittoria di Trump, “Io l’avevo previsto” e lo psicologo Nobel per l’Economia

trump

“L’avevo previsto”: è questa la tentazione dei commentatori che in queste ore hano invaso i mass media. A spiegare la vittoria di Trump su Clinton due categorie di analisti: quelli del senno di poi, che iniziano con le interpretazione e finiscono per sostenere di averlo previsto e ci sono quelli che si strappano le vesti per l’incapacità dei media e dei guru – tra tutti Nate Silver – di predire il risultato elettorale. Ma a spiegare davvero l’ascesa alla Casa Bianca di una delle persone meno qualificate della storia per questo incarico, è uno studio del 1979 messo a punto da due psicologi israeliani: Daniel Kahneman e Amos Tversky. Vi dicono qualcosa questi nomi? Prima di spiegare cosa hanno a che fare con l’affermazione di Trump, occorre ricordare che parole come deglobalizzazione, protezionismo, fine del politically correct, difesa e protezione dei valori domestici sono da tempo prevalenti nell’immaginario collettivo dei paesi industrializzati e hanno già prodotto, il 23 giugno scorso, l’affermazione di Brexit sul Bremain.

Si è chiuso un ciclo storico, inaugurato con la caduta del muro di Berlino (avvenuta esattamente 27 anni prima dell’elezione di Trump) che ha portato a 1) investimenti tecnologici, nascita e sviluppo del digitale (Internet, mobile) 2) affermazione del Wto ossia l’organizzazione mondiale del commercio 3) interdipendenza delle vicende planetarie che ha reso sistemico il rischio locale (vedi alla voce mutui subprime). I benefici di queste trasformazioni sono sotto gli occhi di tutti: il mondo è più sicuro, più pulito, più aperto e trasparente, almeno a confronto con gli anni 70 e ottanta (ricordate le stragi, il terrorismo ideologico, Cernobyl). Ma dopo un po’ di anni lo stupore lascia il posto all’abitudine fino alla noia e alla disaffezione: basti pensare alla cura e in alcuni casi ossessiva per la privacy digitale dei giorni nostri. E prevalgono di conseguenza tutti gli aspetti secondari e negativi di queste trasformazioni. Un giornalista ospite di un programma tv ha affermato che a far vincere il magnate Usa sia stata anche la sharing economy: per un’auto a noleggio in circolazione se ne producono 15 in meno (ma il collega non ha citato la fonte della statistica, forse non si usa più, e quindi ve la riferisco con il beneficio dell’inventario). Ciò ha spinto a votare Trump i blue collar, la classe operaia che vede nell’innovazione recente il rischio di perdere il posto di lavoro. E infatti a garantire la Casa Bianca al miliardario newyorchese sono stati i voti degli americani di New Hampshire, Ohio, Minnesota, soprattutto, dove la ripresa economicaa stelle e strisce è più esangue. Tra questi moltissimi immigrati di origine ispanica: i primi a temere il flusso di nuovi immigrati dal Mexico, di rifugiati scappati dal Medio Oriente, di musulmani che – sentendo Trump –  starebbero invadendo l’America snaturandone le fondamenta. Proprio quei voti che gli analisti attribuivano certi a Clinton, confondendo le previsioni con le speranze. E’ l’effetto del bullismo economico: chi ne è stato oggetto è il primo, appena alzata la testa, a prendersela con chi è dietro di lui nella fila della scala sociale.

Ma cosa c’erano Kahneman e Tversky con tutto ciò? Nel 1979 i due esperti di psicologia cognitiva elaborarono la Teoria del Prospetto, per spiegare come gli individui molto spesso compiano le scelte meno efficienti e meno vantaggiose per sé. Tre i pilastri di questa teoria che ha un fondamento non teorico ma empirico: 1) l’effetto isolamento: per cercare di capire un problema complesso se ne isolano alcuni aspetti (non necessariamente i più importanti, interessanti, veritieri) in modo consecutivo tra loro invece che causale e se ne ricava quella che si ritiene una soluzione per la complessità del tutto; 2) l’effetto contesto ossia le decisioni vengono prese in base a come viene rappresentato un problema dai mass media e dai centri influencer; 3) per nostra natura siamo infine portati a evitare una perdita piuttosto che ad evitare un guadagno; guadagnare non ci fa altrettanto felici di quanto ci rende tristi una perdita. In altre parole il dolore della sconfitta è superiore al piacere della vittoria, che si affievolisce e svapora in fretta, mentre un livido psicologico resta nel tempo e condiziona le scelte successive.

Per tutte queste ragioni Trump è stato più convincente di Clinton: indicare ciò che non funziona, ciò che ci danneggia, ciò che rischiamo di non aver più ha una leva emotiva nettamente maggiore della soddisfazione derivante da una conquista: ad esempio l’Obamacare, che ha esteso l’assistenza sanitaria a milioni di persone ma, inevitabilmente, ha provocato contraccolpi economici (debito Pil alle stelle) oltre che organizzativi. Il valore di un Welfare (più) universale, per restare all’esempio, è molto più impalpabile di quanto ciascuno deve pagare al Fisco ogni anno. L’integrazione razziale o la riduzione del gender gap che colpisce le donne sui luoghi di lavoro non ha la stessa presa sociale sulla denuncia dell’alto tasso reale di disoccupazione.

La Teoria del Prospetto di Kahneman e Tversy sono alla base della finanza comportamentale che da diversi decenni analizza il comportamento degli investitori alle prese quotidianamente con decisioni in fase di incertezza. Una disciplina che ha mandato in pensione le teorie sull’homo oeconomicus di inizio Novecento, fondata sull’autoregolazione dell’economia e sulla razionalità umana. Detto per inciso lo psicologo Daniel Kahneman ha ottenuto il Premio Nobel per l’Economia nel 2002. Lui, docente a Princeton, è andato a dormire presto ieri sera e probabilmente non è rimasto stupito più di tanto dalla vittoria di Trump.

@maloconte

  • Marco lo Conte |

    Il confronto era con gli anni 70 e ottanta. Visto che forse non era chiaro l’ho aggiunto. Mlc

  • italomi |

    la Teoria del Prospetto, per spiegare come gli individui molto spesso compiano le scelte meno efficienti e meno vantaggiose per sé. È vero, la classe politica ne è un lampante esempio: ha educato bene i cittadini!

    1 l’effetto isolamento: per cercare di capire un problema complesso se ne isolano alcuni aspetti (non necessariamente i più importanti, interessanti, veritieri) in modo consecutivo tra loro invece che causale e se ne ricava quella che si ritiene una soluzione per la complessità del tutto;
    – ecco giustificato l’attacco alla Libia e lo smantellamento dell’esercito irakeno da parte di Balmer

    2 l’effetto contesto ossia le decisioni vengono prese in base a come viene rappresentato un problema dai mass media e dai centri influencer;
    – una informazione di parte e magari falsa (ricordate le incubatrici da cui i soldati irakeni toglievano i poveri bambi del Qweit?) o il far passare certi gruppi fondamentalisti combattenti per la libertà in Siria?

    3 per nostra natura siamo infine portati a evitare una perdita piuttosto che ad evitare un guadagno; guadagnare non ci fa altrettanto felici di quanto ci rende tristi una perdita. In altre parole il dolore della sconfitta è superiore al piacere della vittoria, che si affievolisce e svapora in fretta, mentre un livido psicologico resta nel tempo e condiziona le scelte successive.
    – Molte sconfitte, tante illusioni, troppe delusioni. La cicatrice fatta dai democratici rimarrà quanto a lungo?

  • andreaxyz |

    il mondo?
    più sicuro ? abbiamo alcune decine di conflitti aperti sparsi per il mondo (più di quelli che riescono a raggiungere la stampa generalista) e un terrorismo diffuso. , più pulito ? se cosi fosse non avremmo problemi ambientali. più aperto e trasparente ? se guardiamo il web direi che si sta affermando una maggiore opacità (al di la degli slogan di rito). Quanto alla sharing economy nei fatti, al di la delle teorizzazioni che si fanno alla New York University significa che la classe media impoverita deve condividere un proprio bene per mantenerselo. guardiamo i casi pratici. persone il cui lavoro diventato precario affidano stanze o con bassi salari diventano autisti Uber. ma qui la riflessione sul Crowd-Based Capitalism dovrà essere più ampia.

    quanto alle previsioni di voto si continua ad utilizzare classificazioni che in una società liquida (adesso è passata di moda?) stanno evaporando. Ispanici, ma quali ? Di origine cubana o messicana? Di recente immigrazione o di seconda o terza generazione? possono seguire molte altre variabili. … ok Kahneman e Tversky, ma ricordiamoci anche di H simon e la razionalità limitata che ognuno di noi ha.

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