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Risparmio, termometro della crisi. Eppure qualcosa si muove

Fa parte dell'armamentario statistico in tempo di crisi il monitoraggio della crisi: l'indagine Ipsos Acri pubblicata in occasione della Giornata Mondiale del Risparmio riserva la conferma di come gli italiani – e non solo loro – risentano della crisi economica in corso, in termini di fiducia nel sistema italiano e internazionale, e per quanto riguarda le scelte di portafoglio. Verrebbe quasi da considerare scontate rilevazioni come queste; e conferme arrivano dall'indice del Benessere Finanziario monitorato da Ing Direct. Se non fossero questi sondaggi invece utili a monitorare le distorsioni nella percezione della realtà da parte dei risparmiatori che con leloro scelte colgono solo in parte la lezione della realtà.

E a scoprire, per esempio, sorprese. Lo è fino a un certo punto l'alta quota di italiani che non sono tranquilli se non risparmiano qualcosa, quasi la metà. E nemmeno che siano in leggero rialzo coloro i quali riescono a mettere da parte qualcosa. Possiamo discutere delle scelte conseguenti di questo approccio, di certo non miope in linea di principio, ma decisamente carente in termini di pianificazione e strategia.

Certo, l'euro continua a catalizzare lo scontento degli italiani. E le contrazione dei consumi di base è in alcuni casi rilevante, soprattutto per quanto riguarda bar, ristoranti e pizzerie. Ancora bassa la propensione a sottoscrivere strumenti previdenziali assicurativi, nonostante sia rilevante la quota di chi dice di risparmiare per il proprio futuro di domani, il 57% del campione, contro un 39% concentrato sul presente.

Ma c'è anche da registrare il fatto che chi riesce a mantenere inalterato – se non migliorato – il proprio stile di vita, registra un innalzamento dei consumi per vestiario, abbigliamento e accessori, così come per elettrodomestici, telefonia ed elettronica di consumo. Insomma, i ceti più abbienti della popolazione italiana accrescono la propria predisposizione al consumo di generi di non prima necessità, contribuendo in qualche mondo a sostenere la domanda.

Una divaricazione sempre più accentuata ed evidente, dunque, tra chi arranca a chi riesce a crescere, se non ad accelerare. Una differenza che aumenta rischia di aumentare le differenze sociali non tanto per l'accresciuta ricchezza di pochi, quanto per la maggior difficoltà economica di molti.