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Il futuro degli italiani è quasi finito

Vivere a lungo è una grande conquista, ma vivere male è indice di uno sviluppo interrotto. Ce lo ricorda il Better Life Index, elaborato dall’Ocse per misurare in modo composito la qualità della vita dei Paesi aderenti attraverso il monitoraggio di 11 gruppi di parametri, dall’abitazione al reddito, alla salute all’educazione. Secondi solo ai giapponesi, gli italiani hanno alla nascita un’aspettativa di vita tre anni superiore alla media Ocse: 80 anni gli uomini e 85 le donne. La quantità non è in questo caso sinonimo di qualità: gli italiani sono infatti meno soddisfatti della media: solo il 69% afferma di vivere più esperienze positive al giorno, contro l’80% Ocse. Per quel che vale un indicatore come la spesa per salute, cura e prevenzione, quella italiana è inferiore alla media dei Paesi più industrializzati ed è cresciuta meno che negli altri Paesi: 1,9% annuo (sceso nel 2010 all’1’5%) contro il 4,7 per cento.

Non migliori le indicazioni sulla preparazione degli studenti in lettura, matematica e scienze: le rilevazioni Pisa del 2009 ci pongono sotto la media ed è difficile sperare in un balzo nei test recenti. Da segnalare una divaricazione a vantaggio delle femmine sui maschi di 11 punti, superiore alla media Ocse di nove, segno che politiche attive possono produrre risultati positivi, se attuate.

La politica del rinvio ha invece prodotto una concentrazione sul presente e una rimozione del futuro. Basti pensare alla scarsa diffusione e consapevolezza degli strumenti di previdenza e assistenza complementare, con un servizio nazionale che non ha margini per innalzare le prestazioni. In tutto il mondo industrializzato la forme complementari hanno in vario modo preso piede, offrendo alla popolazione strumenti che consentono anche al settore pubblico di concentrarsi sulla qualità di servizi e prestazioni. Basti pensare alla diffusione delle coperture di non autosufficienza (long term care), davvero poco presenti in Italia mentre in Paesi come la Germania, con tutte le inefficienze del caso, sono comunque partite. In Italia un’autarchica resistenza all’innovazione nell’approccio ai problemi indirizza la collettività verso un futuro indigente, sia in termini collettivi che individuali.

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