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Arriva Perseo, fondo pensione per i dipendenti della sanità ed enti locali

Giusto in tempo per Natale. E’ venuto alla luce ieri sera il secondo fondo pensione della pubblica amministrazione: Perseo, questo il suo nome, è rivolto ai dipendenti pubblici attivi negli enti locali e nel sistema sanitario, ossia medici, veterinari e biologi: in tutto circa 1,26 milioni di lavoratori (570mila amministrativi della sanità, 140mila medici e dirigenti sanitari e 550mila addetti degli enti locali, tra cui 10mila dirigenti), ancora privi di uno strumento di previdenza complementare di categoria e che per ottenere una copertura previdenziale di secondo pilastro hanno dovuto ricorrere ai mediamente più costosi fondi pensione aperti o piani individuali pensionistici, ossia i Pip. La ratifica ieri sera dal notaio Il passaggio formale ieri sera dal notaio sancisce il vero via libera per un fondo che è stato istituito nel 2007 e che ora dopo la definizione degli organi collegiali potrà chiedere l’iscrizione all’albo della Covip (commissione di vigilanza sui fondi pensione).

Un parto lento, ma non l’ultimo del settore pubblico: è ancora in fase di gestazione Sirio, dedicato a circa 300mila lavoratori di ministeri, enti pubblici, Enac, Cnel e Presidenza del Consiglio dei Ministri. Sirio, ha per così dire rallentato per lasciare strada a Perseo e consentirgli di tagliare il traguardo dal notaio per l’istituzione ufficiale. La stessa nascita dei fondi pensione del settore pubblico era stata di fatto rallentata dal decollo di quelli del settore privato, che con la 252/2005 hanno trovato un impulso rilevante. Anche se non soddisfacente, visto che il tasso di adesione ai fondi pensione complementari oscilla intorno al 20%, nonostante l’impennata di un milione di iscritti solo nel 2007. Finora dei 3,6 milioni dei dipendenti pubblici, solo quelli del settore scuola hanno un fondo pensione di categoria, Espero: il cui tasso di adesione, al 30 settembre scorso, era tuttavia di circa 86mila gli iscritti, il 7,19% del bacino potenziale, in risibile aumento rispetto all’anno precedente.

Eppure la nascita della previdenza complementare per dipendenti pubblici risale al 1999, quando Aran e sindacati avevano siglato un accordo per l’applicazione anche al pubblico impiego delle modalità di calcolo del Tfr (trattamento di fine rapporto; oggi i dipendenti pubblici hanno il Tfs, trattamento di fine servizio, la cui dote accantonata è solo virtuale). Un ostacolo tecnico su cui si è a più riprese inabissata la volontà delle parti di procedere verso la nascita dei fondi pensione, visto l’effetto non favorevole per il lavoratore del passaggio da Tfs a Tfr. La svolta con la manovra economica della scorsa estate in cui l’articolo 12 comma ha stabilito che dal 1° gennaio prossimo il calcolo della liquidazione di tutti i dipendenti pubblici attivi prima del 31/12/2000, attualmente calcolato con il sistema Tfs (trattamento fine servizio), avverrà secondo le regole del Tfr, (trattamento fine rapporto).

La mossa omogeneizza il calcolo della liquidazione dei dipendenti pubblici a quelli privati ed è stata accompagnata da una dote operativa di 92 milioni di euro in tre anni per rilanciare la previdenza complementare. Ora tocca a Sirio, preparare le carte per il notaio. Ad Aran e rappresentanze sindacali, quindi, il compito di occuparsi dell’ultimo settore rimasto scoperto ossia Università e ricerca, anche se gli addetti sono rimasti così pochi da indurre dubbi sull’opportunità di istituire un fondo dedicato. Ma soprattutto di promuoverlo ed evitare che la tutela previdenziale per i lavoratori resti solamente virtuale.

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