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Tfr, la proposta Marcegaglia, il deficit pubblico e quel protocollo scaduto

«Quando ho realizzato che ci guadagnava anche lo Stato, allora ho capito che finalmente la riforma della previdenza complementare sarebbe decollata». Con questa battuta il direttore di un fondo pensione accolse l’annuncio dell’Esecutivo guidato da Romano Prodi, con Tommaso Padoa Schioppa alla guida del Mef, della creazione del Fondo Tesoreria presso l’Inps: un fondo destinato a custodire e rivalutare il trattamento di fine rapporto (pari al 6,91% della retribuzione lorda) dei lavoratori di aziende con oltre 49 dipendenti che avessero deciso di non aderire alla previdenza complementare; mentre la «liquidazione» dei lavoratori attivi in aziende fino a 49 addetti – sempre in caso di dissenso rispetto all’iscrizione al secondo pilastro pensionistico – sarebbe rimasto nelle casse della stessa impresa.

La ragione di questo disallineamento per dimensione aziendale, poggiava sul dato di fatto per cui nelle imprese dalle dimensioni più significative l’adesione alla previdenza complementare era ed è un dato acquisito, mentre nelle altre una forte adesione alle «pensioni di scorta» avrebbe potuto provocare un impatto eccessivamente oneroso per i bilanci di quelle aziende.

E infatti, l’operazione di smobilizzo del Tfr ha visto protagonisti quasi esclusivi i lavoratori attivi nelle aziende maggiori: i dati sui flussi ai fondi negoziali, aperti e Pip dal giugno 2007 in poi testimoniano che su 10 neo-iscritti, 9 sono attivi in società di media o grande dimensione. Complessivamente l’Inps, che «custodisce» il trattamento di fine rapporto di 3 milioni e mezzo di lavoratori dipendenti privati, riferisce che sono giunti 3,4 miliardi di euro nel 2007 e 4,2 miliardi nel 2008; quest’ultima cifra, tuttavia, non tiene conto del flusso di Tfr di dicembre 2008, tredicesime comprese, anche se comprende d’altra parte l’analogo flusso relativo al 2007.

Inizialmente destinato a investimenti infrastrutturali, questo denaro è stato impiegato in molti interventi da parte dei due Governi che si sono succeduti. E in parte anche alla voce attivo di bilancio dello Stato: secondo quanto concordato con Bruxelles, è stato impiegato a copertura del deficit pubblico (mentre è ascritto al passivo dell’Inps, visto l’obbligo a restituirlo al lavoratore, rivalutato dell’1,5% più il 75% dell’inflazione, analogamente al meccanismo di rivalutazione del Tfr in azienda).

Una mossa che, come diversi osservatori avevano sottolineato all’epoca, ha provocato un conflitto di interessi per lo Stato: da una parte l’"uovo" di oggi dal Fondo Tesoreria, dall’altra la "gallina" di domani, ossia l’offerta ai lavoratori di una pensione di scorta che al momento della quiescenza, potranno ridurre l’impatto sul loro stile di vita della riduzione di entrate, ossia del tasso di sostituzione del reddito pensionistico rispetto a quello da lavoro. Con beneficio sui consumi dei pensionati di domani.

Proprio questo vantaggio da parte dello Stato rappresenta oggi l’elemento chiave da sciogliere, nella discussione che il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia ha avviato, in vista della revisione che definisce criteri e funzioni del Fondo Tesoreria: a dicembre 2008 è infatti scaduto il protocollo di intesa siglato a Palazzo Chigi dalle parti sociali, che stabiliva l’attività del fondo per il biennio 2007-2008, impegnando dunque le parti a ridefinire i compiti e le modalità successivamente. Quel che è certo è che – visto che la previdenza complementare nelle aziende di dimensioni superiori è ormai di casa – la revisione del protocollo che stabilisce la destinazione del Tfr di questi lavoratori non inciderà sulle scelte previdenziali dei lavoratori interessati.