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Gli over65 sanno (ancora) gestire il proprio denaro?

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E’ di percezione comune la differente capacità di apprendere e gestire conoscenze nelle diverse fasce di età: da giovani si è predisposti ad assorbire informazioni mentre da anziani strutturarle tra loro ci risulta più facile ma si difetta ad apprenderne di nuove. Anek Belbase e Geoffrey T. Sanzsenbacher, in un recente studio del Center of Retirement Researche at Boston College, hanno provato a fornire un orizzonte scientifico di questa differenza, applicandolo alla gestione del denaro. Il tema è decisivo visto l’allungamento della vita media e la necessità di prendersi in qualche modo cura del proprio reddito in età sempre più avanzate. Il che rende centrale il ruolo della consulenza e/o di fondi pensione efficienti in base alle necessità dell’individuo.

Ma riguarda anche i lavoratori tra i i 50 e i 70 anni,  visto che il lavoro finisce dopo e presenta sfide professionali sempre più impegnative per i singoli. Insomma, come invecchiare il meglio possibile, per sopravvivere al proprio lavoro prima e non al proprio denaro poi?

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Lo studio considera una serie molto ampia di ricerche sulla “financial capacity” e tiene conto anche dell’effetto delle menomazioni cerebrali dei soggetti. Attraverso test della durata tra i 30 e i 60 minuti, emerge che il 95% dei settantenni presi in esame risulta in grado di gestire le proprie finanze, quota che scende all’82% nel caso di lievi menomazioni cognitive e che crolla al 20% tra le persone affette da differenti forme di demenza. Negli anni queste percentuali sono destinate a salire: menomazioni cognitive lievi sono presenti nel 9% degli anziani tra i 70 e i 74 anni, quota che sale al 30% tra gli 80 egli 84 anni; oltre gli 85 anni i casi di lievi menomazioni sono il 37% del totale contro il 27% di demenza.Belbase e Sanzsenbacher sottolineano la necessità di approfondire le contromisure da adottare per ridurre la vulnerabilità di finanziaria degli anziani.

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Tema in Italia sempre più pressante, visto l’allargamento della forbice di ricchezza tra giovani e vecchi: in un occasional paper della Banca d’Italia del 2012 – “Ricchezza e disuguaglianza” – Giovanni D’Alessio evidenziava come nel 1987 la quota di ricchezza degli over65 era la più bassa in assoluto rispetto alle precedenti generazioni, mentre nel 2008 i più anziani presentavano una ricchezza media pro capite inferiore solo alla generazione tra i 41 e i 50 anni. “Mentre nel 1987 le famiglie di giovani erano su livelli medi non lontani dal totale della popolazione – scrive D’Alessio -, a partire dal 2000 queste famiglie vedono peggiorare decisamente la loro condizione; il contrario accade per gli anziani, che nel periodo considerato vedono migliorare nettamente la loro posizione relativa. Le classi di età intermedie riflettono lo stesso andamento delle classi più estreme, anche se in misura meno marcata; le famiglie con capofamiglia tra i 50 e i 65 anni migliorano le loro condizioni relative mentre quelle tra i 30 e i 50 le peggiorano”. Dieci anni dopo, investire con i BoT al 10% come benchmark mentale è molto rischioso. Da qui il sempre maggiore ricorso degli anziani a sostegno dei giovani, in una solidarietà intra-familiare che risarcisce le generazioni più giovani di opportunità ormai ridotte se non scomparse. Una solidarietà che sa tanto di risarcimento che che non automaticamente è anche scambio di pensiero fluido (dai giovani agli anziani) e di esperienza (dagli aziani ai giovani), anzi. Mondi differenti faticano a dialogare.