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Per i fondi pensione i rendimenti contano davvero?

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Quale sarà stato il fondo pensione di categoria che ha ottenuto le migliori performance a dieci anni? E il peggiore? Domande lecite, ma un po’ oziose, visto che ogni categoria ha il suo fondo e in ragione dei contratti nazionali non si può passare da uno all’altro. Poi, altro caveat, la classifica dei rendimenti a 10 anni, come quella pubblicata qualche giorno fa sul Sole 24 Ore, mette a confronto comparti dalla natura e dal profilo di rischio diverso: inevitabile che una linea garantita performi “peggio” di una aggressiva ma ha compiti diversi. La domanda istrada verso un altro quesito: a maggiore rendimento corrispondono maggiori sottoscrizioni (e viceversa)?
In un mercato come quello dei fondi comuni, ad esempio, la domanda è cruciale visto che in un contesto commerciale e competitivo i rendimenti di periodo — spesso troppo breve periodo — rappresentano un driver importante per il collocamento tramite le reti. Tant’è che i gestori di fondi sono chiamati a produrre i migliori risultati al termine del secondo trimestre dell’anno, in modo che su quei dati, nel terzo trimestre, si possano convincere i potenziali sottoscrittori.
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Al netto di molti “rumori di fondo” come questo, il tema cruciale è quello dell’“educazione alle scelte”: in base a cosa sono indotte le nostre scelte? Razionalità o suggestione? Imitazione o paura? In definitiva, in assenza della competizione commerciale è possibile mettere in correlazione la performance ottenuta con il tasso di adesione del fondo? Le buone performance, così come d’altra parte i vantaggi fiscali o i bassi costi, sono in grado di convincere gli incerti. La risposta è no: le migliori performance a 10 anni sono di Espero, il fondo pensione della scuola cui aderisce meno del 9% degli aventi diritto. Ma un altro disallineamento deve fare riflettere: al massimo della campagna sulla destinazione del Tfr si è registrata la maggiore diffidenza. Il “successo” (molto relativo) dei fondi pensione è più recente, con oltre mezzo milione di nuovi iscritti l’anno, +7,7% solo nel 2016. Il che dovrebbe affinare le competenze dei policy maker e soprattutto della cabina di regia che definirà le strategie per elevare l’educazione finanziaria (e previdenziale) degli italiani.